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Questo articolo è stato pubblicato il 24 maggio 2014 alle ore 08:10.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:41.

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Questa campagna elettorale si chiude persino peggio di come era cominciata e l'unica speranza è che nei prossimi giorni non ne cominci subito un'altra. Magari con l'idea di correre a votare in autunno per il Parlamento nazionale, non si sa con quale legge elettorale e con quale proposta politica. Viceversa, quale che sia il risultato che salterà fuori dalle urne nella notte su lunedì, il buon senso suggerisce che sia data priorità al l'azione di governo. A cominciare, certo, da quel programma di riforme presentato agli italiani con tanta enfasi, ma rimasto finora, come al solito, più o meno al palo. Purché non sia troppo tardi.

Inutile entrare nel merito della propaganda e degli insulti delle ultime ore: ognuno dei contendenti ha dato la misura di sé e adesso saranno gli italiani a giudicare. Di sicuro però qualcosa si può dire. Domani si dovrebbe votare sul l'Europa, ossia su come stare nel l'Unione allargata, ma dei temi europei si è parlato ben poco in queste settimane e quasi sempre per accenni retorici e manierati. Renzi, Grillo, Berlusconi e Alfano, sia pure in forme e stili diversi, hanno badato piuttosto a marcare il territorio preoccupandosi di quello che succede a Roma invece che a Bruxelles. D'altra parte, questa Europa si è presentata con il suo profilo più incoerente e frammentato: non è nemmeno chiaro se e in che misura il prossimo Parlamento e la nuova Commissione riusciranno a influire sulle politiche economiche generali, nel senso di confermare o attenuare la linea dell'austerità.
Nessuna meraviglia allora che il referendum sull'Europa si sia trasformato in realtà in un referendum sulle politiche nazionali: specie in Italia, ma non solo in Italia. Né stupisce che, almeno da noi, a discutere nel merito di moneta unica e di integrazione sovranazionale siano rimaste alcune liste minori ma incisive, con le loro posizioni radicalmente opposte: si pensi alla Lega, a Fratelli d'Italia, a Tsipras e a Scelta Europea.

Gli altri, i partiti maggiori, misurano già le percentuali ipotetiche per capire chi avrà più filo da tessere dalla prossima settimana nell'eterno confronto domestico. È stato detto più volte, e lo ha accreditato lui stesso, che Renzi per dichiararsi vincitore ha bisogno di raccogliere almeno il 30-31 per cento: un dato che sarebbe comunque ancora lontano da quello ottenuto da Veltroni alle politiche del 2008 (oltre il 33). Ma la vittoria eventuale del Pd si valuterà soprattutto calcolando a quale distanza si collocheranno le liste Cinque Stelle.

Un'ipotesi di Renzi al 31, a titolo di esempio, incalzato però da Grillo al 29, non sarebbe una vittoria del premier, bensì l'annuncio di una possibile, forse probabile ingovernabilità. Quanto meno di un pericoloso logoramento istituzionale. Vorrebbe dire che l'onda anti-sistema non è stata contenuta e che, anzi, il disagio contro i politici sta dilagando nonostante la novità "renziana".

In altri termini, mai come stavolta contano le percentuali, sì, ma anche e soprattuto gli equilibri complessivi fra le forze in campo. Un assetto che si pensava bipolare fra centrosinistra e centrodestra si è trasformato in un confronto ravvicinato fra il Pd e la forza d'urto dei Cinque Stelle, specchio del travaglio irrisolto di un Paese fragile che anno dopo anno rischia di perdere se stesso. E non si può nemmeno proporre il paragone fra Grillo e la francese Marine Le Pen, che pure i sondaggi danno in testa a Parigi, perché la solidità istituzionale della Francia (nonché l'efficacia del modello elettorale maggioritario a doppio turno), garantisce che il fenomeno sarà comunque gestito.

Chi in Italia può dire lo stesso? Le prime vittime di un risultato destabilizzante rischiano di essere le riforme, a cominciare da quella brutta legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", concepito per fotografare una situazione politica che forse non esiste più. Il problema è che non c'è nemmeno un piano B, allo stato delle cose. Si può solo sperare nella saggezza degli elettori, spesso superiore a quella della classe politica. Sappiamo peraltro che la speranza di molti è in sostanza una: riuscire a tenere in vita il cosiddetto "patto del Nazareno", quell'accordo sulle riforme sottoscritto fra Renzi e Berlusconi che potrebbe ancora servire a tenere la legislatura dentro i suoi binari. In fondo il Pd e Forza Italia si sono trovati dalla stessa parte della barricata in queste settimane, uniti dalla necessità di difendersi da Grillo e di metterne in luce le contraddizioni. Tuttavia quello che fu un tempo il maggiore partito della destra, e talvolta il primo partito "tout court", oggi sembra prigioniero di una crisi irreversibile di leadership e di linea politica. Vedremo i dati elettorali, naturalmente, ma si tratta di una realtà contestata solo dai militanti irriducibili. Quindi ecco il paradosso: né Renzi né Berlusconi hanno voglia di cancellare quel famoso "patto", anzi senza dirlo vi si aggrappano. Ma è tutto da dimostrare che il peso dei due partiti, dopo il voto di domani, sarà sufficiente a sostenere quel compromesso fra loro. Basta poco perché l'intesa venga gettata alle ortiche. Se per esempio la riforma elettorale diventasse impraticabile, tutto il testo - compresa la trasformazione del Senato - sarebbe rimesso in discussione. E in attesa di regalare nuovi equilibri a un'Europa senza vera identità, dovremmo preoccuparci della stabilità in casa nostra.

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