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Questo articolo è stato pubblicato il 04 giugno 2014 alle ore 11:00.
L'ultima modifica è del 04 giugno 2014 alle ore 20:53.

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«Eccessivo» e «mal distribuito». Sono gli aggettivi che la Corte dei conti conia per il nostro sistema tributario nel rapporto 2014 sul coordinamento della finanza pubblica che viene presentato oggi al Senato. E che dimostra come l'Italia sia ancora prima nell'Ue per le imposte sul lavoro e seconda per le tasse sulle imprese. Viceversa non brilliamo certo per distribuzione del reddito.

Gettando un occhio sul fronte della spesa emergono dati in chiaroscuro: a una forte contrazione delle uscite in conto capitale, che è proseguita nel 2013, fa da contraltare un lieve aumento di quelle correnti. In questo caso una soluzione a portata di mano ce la offre la Germania del 2007. Se seguissimo l'esempio tedesco la spesa pubblica tricolore potrebbe ridursi di 4,5 punti di Pil (il 2,7% entro il 2018). Un accenno infine ai conti pubblici: rispettare gli obiettivi di bilancio in termini strutturali nel 2015 e nel 2016 richiede una correzione pari, rispettivamente, allo 0,3 e 0,6 del prodotto.

Tutti i limiti dell'Irpef
Il primo dato che balza agli occhi dal rapporto della magistratura contabile presentato oggi a Palazzo Madama è il peso del fisco. Per la Corte dei conti alla base della distanza tra il «Paese reale» e il «Paese fiscale » c'è soprattutto l'Irpef. È proprio l'imposta sul reddito delle persone fisiche, con 41 milioni di contribuenti e un gettito pari al 36% dell'insieme delle entrate tributarie, a dare un contenuto a due nostri grandi problemi: un prelievo
elevato, con pesanti ricadute sul costo del lavoro e sugli equilibri dei sistema produttivo;
un prelievo mal distribuito, che sottolinea una penalizzante divaricazione fra il paese
reale e il paese fiscale. Sul primo punto basti pensare che alla fine del 2013 la pressione fiscale è arrivata al 43,8%: quasi tre punti oltre il livello segnato all'inizio del terzo millennio e quasi quattro rispetto al valore medio degli altri ventisei paesi Ue (40 per cento, in riduzione nell'ultimo decennio). E anche le prospettive non fanno ben sperare visto che il Def 2014 annuncia un prelievo in ulteriore aumento e rimanda al 2017-18 per la prima inversione di tendenza. Ma se passiamo dal generale al particolare il quadro peggiora ulteriormente. L'Italia è infatti al secondo posto per il prelievo gravante sui redditi da lavoro (42,3%: sei punti oltre la media europea) e addirittura al primo posto in quello sui redditi d'impresa (25%: quasi il 50: in più della media Ue); viceversa è al ventiquattresimo posto (con il 17,4%) nel prelievo sui consumi, quasi tre punti in meno rispetto alla Ue. Quanto alla distribuzione del reddito basta un dato: il reddito reale disponibile del 10 per cento più ricco della popolazione italiana è cresciuto ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1 per cento contro lo 0,2 per cento). Fra i paesi dell'area Ocse, solo la Germania e la Svezia hanno registrato un divario più elevato.

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