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Questo articolo è stato pubblicato il 05 novembre 2011 alle ore 08:16.

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Non è un mistero che le élite leghiste (ma non solo) ritengono che il Mezzogiorno sia "zavorra", uno stivale da amputare se necessario (secessionismo), un luogo senza insegnamenti per chi voglia apprendere e divenire migliore a causa dell'aspetto torbido e stagnante della vita meridionale, inquinata dalla presenza mafiosa, da buchi neri metropolitani pressoché ingovernabili, dall'indolenza e dal costante lamentoso rivendicazionismo meridionalista. A questa visione secessionista, se ne affianca una scettica di altre élite politiche e governative che non dà credito a fotografie che usano filtri e un grandangolo distorsivi della realtà: il divario di reddito, di occupazione e povertà sarebbe falsato dall'abbondante economia sommersa, dall'evasione fiscale e dall'abusivismo edilizio che ferisce la bellezza indiscussa del nostro Mezzogiorno.

A controprova, si sottolinea il minor divario tra Nord e Sud in termini di consumi e risparmio delle famiglie. Lo scetticismo diventa poi indecisionismo cronico quando si considera che sulle risorse dedicate dallo stato al Mezzogiorno gravano pesanti criticità della "filiera istituzionale", i costi illegali della criminalità organizzata e del mercato politico-clientelare. Tuttavia, queste posizioni non fanno che accrescere l'impotenza verso il più grave e persistente problema del Paese. Non è perciò più tempo di promesse, non credibili se non s'individuano, per esempio, le risorse necessarie per completare il sistema delle infrastrutture di trasporto: al proposito, secondo lo Svimez, mancano all'appello 42 miliardi di euro sui circa 61 necessari. Pertanto, non dovrebbero esserci dubbi a utilizzare per il Mezzogiorno i citati 8 miliardi di euro appena "liberati", data la carenza di finanziamenti adeguati anche per la politica industriale (gli aiuti alle imprese in Italia sono la metà di quelli francesi e tedeschi). Un cambio di passo della crescita del Sud in grado di aiutare quella nazionale non avverrà senza risorse aggiuntive, senza interventi selettivi e verticali al posto dei vecchi automatismi sui quali ronzano, come le api sul miele, gli interessi clientelari intermediati dal ceto politico e le pressioni mafiose.

Quattro appaiono le linee di intervento per sottrarre il Mezzogiorno dal suo storico ruolo passivo di serbatoio del consenso e del consumo: una politica infrastrutturale e logistica; una concreta politica industriale selettiva e di filiera; una valorizzazione delle potenzialità energetiche del Mezzogiorno (dal petrolio lucano alle rinnovabili e alla geotermia); infine, una "fiscalità di vantaggio" per attrarre investimenti, vincendo un annoso braccio di ferro con l'Ue che la esclude in uno stesso paese. Ma al Sud, come nel resto d'Italia, ci vorrebbe una "nuova primavera" delle istituzioni e della società civile.

c.carboni@univpm.it

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