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Questo articolo è stato pubblicato il 20 luglio 2012 alle ore 06:39.

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Il recordman del debito regionale è stato Francesco Storace, governatore del Lazio per il Centro-destra dal 2000 al 2005: 10,5 miliardi di buco sanitario in cinque anni. I bilanci delle Asl venivano comunicati oralmente al funzionario regionale: niente di scritto, di ufficiale, non si sa mai. Eppure l'Italia era già nell'euro, ed eravamo la quinta potenza industriale del pianeta.

Quando nel 2007 la buonanima del ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa prese in mano le carte della Regione Lazio, si mise le mani nei capelli: «Ma questa è una voragine!» esclamò alla presenza di Maria Cannata, la dirigente del ministero cui toccò negoziare con il successore di Storace, Piero Marrazzo, un piano di rientro trentennale.

Marrazzo, alla guida di una coalizione di centro-sinistra, in soli tre anni riesce a fare quasi peggio di Storace (2 miliardi di debito nel 2006, 1,8 nel 2007, 1,7 nel 2008). Al tavolo delle trattative, nella sede del ministero di via XX settembre, Padoa Schioppa fu costretto a regalare 2,5 miliardi di tutti i contribuenti italiani al Lazio per aggiustare i conti di uno sprofondo di cui non si veniva a capo. Sanzioni nei confronti di Storace e Marrazzo per la pessima gestione dei quattrini della Regione che da sola ha prodotto l'80% del debito sanitario italiano? Nessuna. La riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra, ispirata alle "Bassanini", accentrava tutte le leve decisionali in un solo uomo: il governatore. I pochi controlli che preesistevano, come i vecchi comitati regionali di controllo, furono spazzati via. L'opposizione in consiglio regionale depotenziata. Basta con l'assemblearismo: ai controlli ci penserà la Corte dei conti, si disse troppo ottimisticamente.

L'alternanza dei governatori, anche se di diverso colore politico, assomiglia alla parabola delle prime generazioni di dinastie imprenditoriali: la prima costruisce, la seconda consolida. Con i soldi dei contribuenti, però. Così Storace assume a Lazio Service, una neo partecipata della Regione, 1.170 dipendenti a tempo determinato; Marrazzo mette a capo delle partecipate l'ex segretario del Pds dei Castelli romani, Tonino d'Annibale, e con un piccolo miracolo trasforma tutti i contratti a tempo indeterminato. Ma a che serve Lazio service? A stabilizzare i giovani senza lavoro, rispondono in Regione. D'Annibale, forse per la vicinanza con il Vaticano, fa un secondo miracolo e per il migliaio di dipendenti che non trovano posto nei superaffollati locali della Regione, affitta una parte di una palazzina in via del Serafico da una società implicata in lottizzazione ed edificazione abusiva. Costo? 8,5 milioni l'anno per sei anni. Contratto rinnovabile per altri sei. Nel 2010 D'Annibale viene eletto a furor di popolo consigliere regionale del Lazio, uno dei parlamentini meno efficienti e più costosi d'Italia, come ha denunciato il partito radicale.

L'altro tema a lungo sottovalutato è l'opposizione. Uno dei mali dei parlamenti regionali italiani è il consociativismo. Costituzione alla mano, è ormai quasi impossibile ostacolare il manovratore. Il Governatore di turno coopta l'opposizione assegnando presidenze e vicepresidenze di commissioni regionali (con relativo appannaggio e autista) oppure succulenti posti nei consigli di amministrazione delle società partecipate regionali, delle Spa con le casse gonfie di miliardi gestite con criteri privatistici da uomini di stretta fiducia del governatore.

Paradossale il caso lombardo, dove qualche anno fa il nisseno Giovanni Catanzaro, larussiano di ferro, ha cumulato per qualche mese tre poltrone ambitissime e i conseguenti conflitti di potere: consigliere delegato di Lombardia informatica, presidente della Consip, la società del Tesoro che ha centralizzato gli acquisti della pubblica amministrazione, e il posto di consigliere di Finmeccanica. In questa gara a chi la fa più grossa si staglia come un gigante la regione Campania, altro vero campione di efficienza e governabilità. Nel 2006, mentre i focolai della crisi della monnezza cominciano a seminare il panico che sfocerà nella catastrofe del 2008, Antonio Bassolino, forse il governatore meridionale per eccellenza, affida l'assessorato all'Ambiente agli uomini dell'Udeur guidati da Clemente Mastella. Quando qualcuno gli fa notare che rischia di essere una nomina foriera di sventure, Bassolino risponde secondo i canoni della realpolitik agli uomini del suo entourage. «Ragionate: ma ai mastelliani gli potevo affidare il Bilancio?». No, meglio tenere le pecorelle lontane dal lupo. Andrà come la storia e la cronaca ci hanno raccontato. Solo che il Governatore che ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di non saper venire a capo della crisi della munnezza, diventerà per espresso desiderio di Palazzo Chigi - Prodi o Berlusconi non fa differenza - sia commissario straordinario all'emergenza rifiuti, sia, qualche anno dopo, commissario straordinario all'altra emergenza, quella sanitaria.

Se il Lazio rappresenta l'80% del debito sanitario delle Regioni italiane, la Asl 1 di Napoli, 13 mila dipendenti e nove ospedali, la più estesa e densamente popolata d'Europa, un inferno peggio di Sodoma e Gomorra, fa da sola l'80% del debito sanitario della Campania, che viaggia ben oltre i dieci miliardi. Se aggiungiamo il fatto che il bilancio regionale aveva nel 2011 24 miliardi di residui attivi (entrate accertate ma non riscosse) e 18 miliardi di residui passivi (spese impegnate ma non pagate) si capisce come la parola default sia tra quelle più pronunciate nelle segrete stanze di palazzo Santa Lucia, pochi metri in linea d'aria dal mare di via Caracciolo.

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