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Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2012 alle ore 07:37.

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Nel decreto Salva-Italia del dicembre 2011, il Governo aveva enunciato l'obiettivo di ridurre il deficit pubblico per il 2012 all'1,6% del Pil e di annullarlo nel 2013 e aveva stimato una flessione del Pil dello 0,4% nel 2012, seguita da una ripresa nel corso del 2013. Nella Nota di aggiornamento al Def del 20 settembre, il quadro muta radicalmente. Per il Governo il Pil 2012 crolla del 2,4%.

È, come dice la Nota, il «peggioramento dello scenario internazionale»? No, giacché le esportazioni crescono in linea con le previsioni (+1,2%). La correzione dei conti pubblici sta avendo effetti molti più gravi del previsto.
La Nota ammette che gli obiettivi di finanza pubblica per il 2012 verranno mancati. Il deficit non sarà all'1,6% del Pil, ma superiore al 2,5%. Secondo Banca d'Italia: «scendere sotto al 3% non è scontato». Il rapporto debito-Pil doveva fermarsi al 123,4%, ma la Nota indica un 126,4% tutto da verificare, essendo già al 126,1% in giugno. Infine, l'annunciata «crescita del PIL potenziale» non c'è: la Nota annuncia un crollo (-10,8%) degli investimenti fissi lordi in macchinari e impianti.

Viene meno anche la speranza del «ritorno alla crescita» nel 2013. Ora il Governo prevede una flessione del Pil dello 0,2% rispetto al +0,3 di dicembre scorso; l'Fmi stima un -0,7%. Quanto al debito pubblico, il Governo ora prevede che nel 2015 non sarà al 110%, ma al 120%.
Secondo Mario Monti, «solo uno stolto può pensare che sia possibile incidere sul debito senza provocare un rallentamento». Ma la caduta del Pil allontana il risanamento della finanza pubblica. Il Commissario Rehn intanto chiede nuovi tagli. Che si fa? Dal 2008 è aperta una dura discussione fra i sostenitori di due strategie alternative: per gli uni il risanamento finanziario è condizione necessaria per la ripresa; per gli altri bisogna far ripartire l'economia perché solo questo farà aumentare il gettito fiscale e rimetterà in sesto i bilanci pubblici. L'Europa ha scelto la prima strada, gli Stati Uniti la seconda.

Tecnicamente il dibattito si incentra sul valore numerico dei cosiddetti "moltiplicatori fiscali", che indicano quanto incidono sul Pil le manovre di riduzione del disavanzo (e viceversa) e quale effetto di ritorno ha la variazione del Pil sul deficit e sul debt ratio. Più bassi sono i moltiplicatori, meno forti gli effetti negativi delle manovre di austerità. Le politiche di compressione dei deficit decise dall'Europa poggiano sull'ipotesi che i moltiplicatori fiscali siano attorno llo 0,5. I sostenitori dell'altra tesi sostengono che, in questa fase, i moltiplicatori più alti fra 1 e 3.

Nel caso italiano, se il moltiplicatore fosse 0,5, la manovra del "Salva-Italia" (22,5 miliardi, 1,4% del Pil) avrebbe ottenuto l'auspicata riduzione del rapporto deficit/Pil (-1%), con una perdita complessiva di -0,7% del Pil: scenario coerente con le previsioni del dicembre 2011. Nel caso invece di moltiplicatori intorno a 1,5 una manovra di 22,5 miliardi riduce il deficit di solo 0,35% del Pil e per ottenere il rapporto deficit/Pil desiderato bisognerebbe inseguire l'obiettivo con ripetute manovre di austerità, per importi complessivi superiori a 50 miliardi, infliggendo al Pil un -6,5%. ovvero la caduta del Pil in Grecia in questi anni. Dobbiamo imboccare la stessa strada? L'azione del Governo Monti è stata ispirata dall'obiettivo di rassicurare i mercati che l'Italia non avesse perso il controllo della finanza pubblica. Appariva obbligata, ma poggiava sull'idea che i moltiplicatori fiscali fossero bassi e fosse possibile correggere il deficit senza provocare una caduta verticale del Pil. Oggi è evidente un effetto negativo assai più forte di quello previsto dal Governo. Bisogna rifletterci seriamente.

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