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Questo articolo è stato pubblicato il 27 febbraio 2013 alle ore 07:05.

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Angela Merkel ha fatto di tutto per sgombrare dalla sua strada verso le elezioni di settembre il pericolo di nuovi sussulti di instabilità europea.
In Italia ha giocato a fondo la carta Monti, senza però andare oltre i tanti attestati di stima per evitare l'effetto boomerang prodotto l'anno scorso in Francia dal suo esplicito sostegno a Nicolas Sarkozy.

Poi ha ricucito in qualche modo con il successore, François Hollande. E per salvaguardare la quiete sui mercati è arrivata a depenalizzare il mancato rispetto degli impegni anti-deficit di Parigi con una lettera in cui la Commissione Ue ufficializza la nuova linea flessibile nell'applicazione delle regole. Come nei fatti era già accaduto con Grecia, Portogallo e Spagna.

La strategia del cancelliere non ha funzionato. Il responso delle urne in Italia ha clamorosamente riaperto la piaga dell'instabilità, dentro e fuori dai suoi confini. Come prevedibile, i mercati sono ripartiti all'attacco. L'Europa trema e, per ridurre i danni, sogna il commissariamento del nostro paese, il suo eterno ritorno nei ranghi dei sorvegliati speciali, de jure e non solo de facto. Insieme a Grecia & Co.
Con il suo scatto di nervi elettorale l'Italia in realtà travalica la dimensione nazionale dello scontento per mettere l'Europa, sempre sfuggente, di fronte a una serie di verità scomode, di nodi volutamente irrisolti che cominciano, come si vede, a venire al pettine. E rischiano di rimettere in croce l'euro non tanto per la riesplosione della questione italiana quanto perché l'Italia, terza economia del club, mette a nudo tutti i problemi della moneta unica finora rappezzati a metà oppure accortamente tenuti sotto il tappeto.

Il voto di domenica racconta molto di più della diffusa insofferenza verso la politica del rigore e delle tasse in un paese prostrato da recessione e disoccupazione. Esprime la rivolta contro i bramini di un sistema che, dopo aver deciso di entrare nella moneta unica, non ha fatto le scelte conseguenti per restarci: non si è modernizzato, né auto-riformato, non si è "sborbonizzato" né liberalizzato per diventare più competitivo mettendosi al passo con i partner. Creando così nella gente la falsa illusione che si potesse sempre tirare a campare come prima perpetuando grandi e piccole rendite di posizione senza mai pagarne lo scotto.

Invece no. Ma gli italiani non sono i soli in Europa a non aver fatto i conti con la scelta della moneta unica. È da qui che esplode il dilemma: «Più o meno Europa», «Stare o non stare nell'euro». Il dilemma non è solo italiano ma è la domanda proibita, molto più diffusa di quanto non si creda, tra i membri del club e aspiranti tali.
Nasce e cresce in un quadriennio di crisi, capace di offrire solo la risposta dogmatica del rigore e delle riforme forzate alla tedesca, senza gli ammortizzatori della crescita e men che meno della solidarietà intra-europea. Addirittura senza, se del caso, il ricorso alla normale dinamica democratica in nome di una presunta più efficace opzione tecnocratica. Il tutto mentre si accentua la frattura Nord-Sud e l'Europa e la sua industria non cessano di perdere quote sul mercato globale.
I sacrifici non piacciono a nessuno. Men che meno a chi in giro per le sue capitali, non a torto, nota che «l'Europa ha i soldi per salvare le banche ma non per far ripartire crescita e lavoro». I mercati, d'altra parte, hanno bisogno di certezze sulla futura tenuta e integrità dell'euro per recuperare la calma. Basterà e fino a quando la garanzia Draghi ora che l'Italia rischia di scoperchiare il vaso di Pandora dei troppi problemi irrisolti dell'euro e dell'Unione?

Proprio mentre dovunque si disgrega il consenso popolare all'Europa, paradossalmente la moneta unica ha bisogno per resistere ai suoi guai interni di accelerare sull'integrazione varando la triplice unione, bancaria, di bilancio e politica. Cioè di decidere una volta per tutte se accettare davvero un destino condiviso fino in fondo a tutti i livelli e secondo l'ormai prevalente e pervasivo modello tedesco.
Le elezioni in Germania e le europee che seguiranno nel 2014 hanno momentaneamente congelato dibattito e negoziati, allontanando di alcuni mesi il momento della verità, delle scelte tra le troppe contraddizioni che fanno l'Europa. Ma le inquietudini restano, anzi crescono un po' dovunque. Anche nella Francia di Hollande.
Basterà la flessibilità delle regole sul rigore concessa dalla Merkel a tenere a bada i mercati tirando avanti fino a settembre senza grandi drammi? L'Italia ha tirato un sonoro campanello di allarme in Europa. Sarebbe pericoloso ignorarlo. Per tutti.

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