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Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2013 alle ore 08:55.
L'ultima modifica è del 16 marzo 2013 alle ore 09:13.

La Ue ha fatto un passo nella direzione di regolamentare i derivati finanziari. È una buona notizia, a patto che sia solo un inizio di un percorso che abbia come obiettivo quello di neutralizzare definitivamente le potenziali tossine che l'uso distorto e indiscriminato degli strumenti derivati ha finora procurato. Altrimenti potremmo avere effetti nulli, o addirittura controproducenti, in termini di prevenzione e controllo dell'instabilità sistemica. La normativa europea inizia formalmente un processo di centralizzazione degli scambi su alcune tipologie di derivati, che però – si dice – non si avvierà concretamente prima dell'estate 2014. Quindi un avvio timido, parziale e ritardato.

Per definire quale sia la regolamentazione ottimale di uno strumento derivato occorre rispondere ad una semplice domanda: quale è il suo grado di tossicità? La tossicità di un qualunque contratto finanziario - inclusi quindi i contratti derivati - dipende da quale è il suo potenziale contributo al rischio sistemico. Il rischio sistemico è quello che un gran numero di attori economici pagano, a prescindere dal contributo che ciascuno di essi ha dato affinché quel rischio venisse effettivamente prodotto. Per capire quanto singoli strumenti derivati possa contribuire ad un rischio sistemico prendiamo un esempio estremo, a tutti noto, balzato di recente agli onori della cronaca: il caso Monte dei Paschi di Siena (MPS).

Il disegno e l'esecuzione di alcuni strumenti derivati sono ritenuti essere stati un catalizzatore di instabilità delle condizioni economiche e finanziarie di quella che era ed è una tradizionale banca commerciale. La percezione di instabilità della banca ha verosimilmente creato danni, effettivi e/o potenziali, a tutti coloro che hanno interessi alla sana e prudente gestione della banca stessa: clienti, fornitori, dipendenti, lo Stato. In altri situazioni congiunturali e/o geografiche, l'instabilità della singola banca avrebbe potuto avere effetti moltiplicativi negativi anche sulla credibilità dell'intero tessuto bancario. Al di là del caso particolare del Monte dei Paschi - su cui analisi e valutazioni sono comunque lontane dall'essere definitive - I derivati si prestano molto ad essere dei catalizzatori di rischio sistemico.

Per una ragione molto semplice: la loro produzione e distribuzione è oggi contraria alla legge fondamentale di una sana economia di mercato, in quanto non passa attraverso un mercati regolamentato. Il rischio sistemico che degli strumenti finanziari possono creare dipende da quanto questi strumenti sono sottoposti alla disciplina di mercati regolamentati. I mercati regolamentati, centralizzando e standardizzando le contrattazioni, producono e diffondono le informazioni, per cui i prezzi finanziari e le quantità scambiate riflettono al meglio i rischi di ciascuno strumento. Più lo strumento finanziario è figlio di mercati regolamentati, minore sarà la possibilità che sia una vettore di rischio sistemico. Inoltre, il corretto uso dello strumento finanziario può essere incentivato con una opportuna tassazione, che ne penalizzi l'uso al crescere della sua tossicità sistemica. Quindi l'obiettivo finale della regolamentazione deve essere quello di costruire mercati per tutti gli strumenti derivati standardizzati. In parallelo, occorre disincentivare la produzione di strumenti derivati non standardizzati, utilizzando anche la tassazione. Il disincentivo deve essere particolarmente forte nel caso in cui il contratto derivato sia definito non per coprire un rischio - quindi esiste obbligatoriamente un contratto sottostante, di natura reale o finanziaria - ma per assumerlo, con finalità quindi esclusivamente speculative.

In aggregato, la creazione di mercati regolamentati dovrà produrre prezzi e volumi efficienti, quindi diversi da quelli che oggi vediamo. La produzione di derivati dovrà inoltre produrre una riduzione dei margini, anche perché la centralizzazione e la standardizzazione producono costi. Ma i costi della regolamentazione - se ben fatta - sono una condizione necessaria, non un vincolo, all'efficienza. Rispetto al paradigma di mercato sopra descritto, i derivati oggi rappresentano il Far West. L'assenza di mercati centralizzati aumenta esponenzialmente i rischi di opacità e volatilità dei prezzi, nonché di crescita ingiustificata dei volumi. Inoltre prosperano le rendite di posizione, le asimmetrie informative, i rischi di selezione avversa e di comportamento sleali. Da qui, anche tutte le patologie di cui la cronaca economica - e giudiziaria - è stata costellata. Lo strumento derivato, nato come contratto di copertura del rischio, e spesso degenerato in contratto di assunzione del rischio.

Ma la degenerazione è tale solo perché avvenuta in assenza della cornice di trasparenza e affidabilità che solo i mercati regolamentati possono assicurare. Di riflesso, aumentano i potenziali danni da rischio sistemico, che tutti poi sono chiamati a pagare. Una tassazione calibrata sulla rischiosità sistemica è ancora virtualmente assente. le attuali versioni, anche europee, della cosiddetta Tobin Tax sono provvedimenti pallidi, addirittura contro prudenti (colpiscono più pesantemente i contratti finanziari meno tossici). Gli effetti del Far West sono a tutti evidenti, almeno dal 2008. Ma lo status quo è rimasto. Ma a chi piace il Far West, anche se contrario ai principi di mercato? A chi nel Far West fa profitti. Un sistema di scambi, globale ma opaco, tendenzialmente oligopolistico, crea profitti privati con danni pubblici potenziali. Finora l'ignavia dei legislatori - di qui e di là dell'Atlantico - poteva essere spiegata con l'incapacità o la collusione. Ora un passo è stato fatto, in Europa come negli Stati Uniti. Qualcosa si muove. Sarà la volta buona?

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