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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2013 alle ore 09:20.
L'ultima modifica è del 23 ottobre 2013 alle ore 09:33.
Sono intervenuto con piacere al convegno di Napoli dei Giovani industriali. Voglio prendere spunto dall'intervista del direttore del Sole, che ha aperto quei lavori, con il presidente della Repubblica. Il tema era il coraggio delle scelte di governo. Non so quanto sia giusto abbinare la categoria del coraggio alle decisioni di un esecutivo. Credo che, quando si ragiona di scelte politiche, ci si debba domandare «coraggio per chi»?
Se la priorità di un politico è il proprio destino, o la durata purchessia del proprio governo, quel coraggio non mi interessa. Se si parla delle scelte coraggiose che servono per rimettere in piedi il Paese, concordo sul fatto che di coraggio ne serve molto. Coraggio disinteressato e in favore dei più.
Serve questo coraggio per ridare un futuro all'Italia. Come ho detto a Napoli, io non vedo una ripresa che ci sta venendo incontro. Tutti i dati convergono nel dire che l'economia italiana è di fronte al rischio di un ridimensionamento storico della capacità produttiva. Per evitarlo serve una vera rivoluzione. E servono, appunto, scelte coraggiose.
Non voglio però dilungarmi in analisi generali sullo stato preoccupante in cui versa la nostra economia, né in ricette complessive di rilancio, che ritengo debbano consistere in un radicale rinnovamento di uomini e strutture. Voglio qui riferirmi, più modestamente, a una precisa scelta, coraggiosa appunto, che vorrei portare nella discussione che in queste settimane si farà in Parlamento sulla legge di stabilità. Quella scelta, fuori dai denti, e senza inutili cosmesi lessicali, si chiama "patrimoniale".
Concordo con chi ha giudicato il disegno di legge del governo come troppo timido e di fatto inefficace per la modestia delle cifre che mobilita. Servono perciò scelte coraggiose per trovare coperture solide. E, in attesa di una spending review che deve fondarsi su una riforma complessiva della pubblica amministrazione, queste coperture non possono che essere reperite attraverso un altrettanto consistente prelievo patrimoniale.
In questo senso, faccio riferimento a un articolo che pubblicai sul Sole 24 Ore qualche anno fa. Era il 12 settembre 2009. Scrivevo: «È inutile illuderci. La ripresa mondiale arriverà, ma sarà lenta e incerta. E il nostro Paese, senza azioni forti di politica economica, l'aggancerà tardi e male. L'Italia rischia di uscire con le ossa rotte. Laddove le ossa sono il nostro sistema produttivo. Un sistema che nella seconda metà del '900 ha insegnato a tanti l'arte dell'innovazione. E che ora rischia di essere messo nelle condizioni di non poterlo più fare, condannando il Paese, se non al declino, a uno stabile ridimensionamento del suo ruolo nell'economia mondiale». È dove siamo oggi. Soltanto che dopo quattro anni senza "scelte coraggiose", ci siamo ulteriormente impoveriti e siamo anche più rassegnati e incattiviti gli uni contro gli altri. «Siamo davanti a una situazione straordinaria - ragionavo allora - servono pertanto iniziative straordinarie».
Ecco la proposta che facevo: «Serve un abbattimento massiccio e generalizzato delle imposte sul lavoro, sulle persone fisiche e sulle società. Un intervento radicale, nell'ordine di molti punti percentuali su tutte le aliquote. La pressione fiscale pesa in particolare sul cosiddetto "cuneo", cioè le imposte che trasformano buste paga pesanti per le imprese in buste paga leggere per i lavoratori. È soprattutto qui che bisogna agire». Come si pagava - mi chiedevo e mi chiedo oggi - questa radicale cura fiscale? Si può prevedere un effetto di rimbalzo sulle entrate, in considerazione del rilancio dei consumi e dell'economia. Inoltre è prevedibile un effetto in termini di recupero nell'immensa area d'evasione fiscale. Ma soprattutto la si paga «introducendo - scrivevo ieri e rilancio oggi - una forte tassazione permanente sui patrimoni. Non si tratta, evidentemente, di tassare la prima casa a chi ha un modesto appartamento in periferia. Così come andrebbero esclusi i beni strumentali delle imprese. Si tratta piuttosto di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva. In Italia, secondo i dati di Banca d'Italia, il 10% delle famiglie detiene oltre la metà della ricchezza patrimoniale, cioè oltre 4mila miliardi. È su questa base imponibile che si dovrebbe incidere. Un'operazione profondamente liberale, che potrebbe trasformare la struttura fiscale del nostro Paese».
Allora, me ne accorgo ora, non usai la parola patrimoniale. Era un'accortezza determinata da un dibattito e da una situazione politica che suggeriva qualche prudenza terminologica. Oggi credo che si possa e si debba parlare esplicitamente di patrimoniale. Siamo con le spalle al muro e solo se sapremo finalmente premiare la ricchezza che produce lavoro, andando a beneficio dei più, e non quella statica, che va a beneficio di pochi, possiamo pensare di attuare un rilancio dell'economia. Ovviamente con un alleggerimento complessivo della pressione fiscale, non certo un inasprimento, perché i tagli alla spesa possono e devono essere la seconda gamba di questa operazione.
Sarebbe, del resto, una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l'essenza stessa del liberalismo democratico.
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