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Questo articolo è stato pubblicato il 25 gennaio 2012 alle ore 16:42.

Allo stesso modo, le proposte per creare titoli obbligazionari comuni avevano lo scopo di sedare le aspettative di insolvenza, garantendo che questi paesi sarebbero stati in grado, alla fine, di accedere al credito in cambio della garanzia dei loro partner dell’Eurozona. Ogni discussione si è svolta in termini generali, ma tutti facevano riferimento proprio a quegli stessi paesi.
Nessuna di queste proposte sarà attuata in tempi brevi. La BCE ha acquistato alcuni titoli italiani e spagnoli, e ne potrebbe comprare ancora, ma ha chiarito che non è pronta ad impegnarsi ad un tetto massimo per i tassi di interesse a lungo termine. Le dimensioni del FESF saranno incrementate accelerando la creazione del Meccanismo permanente della Stabilità Europea, e permettendo che questo si sovrapponga al FESF. Ma la capacità del FESF rimarrà di circa 500 miliardi di euro –ben al di sotto dei 1000 miliardi in più previsti da coloro che sostengono la necessità di esercitare una massiccia potenza di fuoco finanziaria (la cosiddetta “soluzione bazooka”).
Allo stesso modo, gli eurobond sono ufficialmente fuori dall’agenda, almeno per ora. Piuttosto, l’Europa sta mettendo a punto un nuovo patto fiscale per assicurare che tutti i paesi della zona euro adottino ed applichino rigide norme di bilancio.
Queste scelte sono in parte il riflesso di preoccupazioni relative ad aspetti pratici: tutti i sistemi di ingegneria finanziaria che sono stati proposti per proteggere l’Italia e la Spagna da peggiori condizioni creditizie sollevano difficoltà legali, politiche ed amministrative. Ma c’è anche un principio in discussione: si pensa (soprattutto in Germania) che la protezione dalle pressioni di mercato servirebbe solo ostacolare gli adeguamenti e le riforme.
Infatti, in nord Europa vi è la percezione che soltanto gravi tensioni forniscano gli incentivi necessari a superare gli ostacoli interni, politici e sociali, per ridurre drasticamente la spesa pubblica e riformare il mercato del lavoro. Per il sud Europa nessun dolore significa nessun guadagno: una recessione profonda e un forte aumento della disoccupazione possono essere il prezzo di miglioramenti duraturi in termini di produttività e competitività.
Questo ragionamento non è privo di giustificazione. Subito dopo che la BCE ha cominciato ad acquisire bond italiani lo scorso agosto, il governo dell’allora primo ministro Silvio Berlusconi ha fatto marcia indietro sui suoi impegni di riforma fiscale. Anche se poi ha invertito la sua posizione, l’episodio è stato ampiamente considerato come una chiara prova dell’effetto di “azzardo morale” dovuto al sostegno della BCE. Solo dopo che il mercato obbligazionario si è rivoltato di nuovo contro Berlusconi questi veniva sostituito dal riformista Mario Monti.
Ma la strategia è una scommessa ad alto rischio. I governi possono aver bisogno di incentivi per agire, ma devono essere in grado di mostrare ai loro cittadini che la riforma paga. Se dopo alcuni trimestri di aggiustamenti fiscali e riforme dolorose, la produzione diminuisce, la disoccupazione aumenta, le prospettive sono più buie, i governi possono presto perdere il sostegno dell’opinione pubblica e il processo di riforma puòfermarsi, come abbiamo visto in Grecia. Le coalizioni riformiste possono perdere il potere a vantaggio di quelle populiste.
Inoltre un ambiente economico e finanziario degradato aumenta la probabilità di fallimenti bancari, con conseguenze immediate per le finanze pubbliche e la fiducia economica.
Questi rischi sono aggravati dalla necessità di riformare, in una sola volta, diversi paesi. In effetti, c’è un “errore di composizione” nell’attuale approccio: i paesi che hanno bisogno di un serio adeguamento ed un miglioramento della competitività comprendono l’intera area del Sud Europa e la Francia, ed insieme rappresentano oltre la metà del PIL della zona euro. Certo, la competizione per gli investimenti costituisce un incentivo all’azione. Ma l’interdipendenza del sistema economico e finanziario puòrendere inafferrabile il successo se i paesi che si stanno riformando devono affrontare un ambiente locale sfavorevole per la stagnazione o la diminuzione della domanda.
Una cosa è credere che i governi agiscano solo sotto pressione, e che le società accettino le riforme solo quando credono che non vi sia altra alternativa; ben altra cosa è credere che gli adeguamenti e le riforme procederanno, se tutto il Sud Europa è alle prese con la recessione.
Sarebbe più credibile tenere il sud Europa sotto stretto controllo se questa strategia fosse accompagnata da un programma di crescita per tutta la zona euro. Ma, per ora, un programma del genere non si intravede da nessuna parte.
Jean Pisani-Ferry è Direttore di Bruegel, un’istituzione think tank di economia internazionale, Professore di Economia presso l’Università Paris-Dauphine, e membro del Consiglio di Analisi Economica del Primo Ministro francese.
Copyright: Project Syndicate, 2012.www.project-syndicate.orgTradotto dall’inglese da Roberta ZiparoPodcast in inglese a quest’indirizzo:
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