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Questo articolo è stato pubblicato il 25 ottobre 2012 alle ore 19:32.
Battaglia di Stalingrado (Alinari)
BERKELEY – Non siamo esseri creati dal nulla, innocenti, razionali e ragionevoli. Non siamo stati creati in un Eden puro sotto un sole nuovo. Siamo, per contro, il prodotto di centinaia di milioni di anni di un processo di evoluzione miope e di migliaia di anni di storia prima orale poi scritta. Il nostro passato ha creato, strato su strato, i nostri istinti, le propensioni, l’abitudine al pensiero, i modelli di interazione e le risorse materiali.
Su queste basi storiche abbiamo costruito la nostra civiltà. Se non fosse per la nostra storia, i nostri sforzi non sarebbero solo inutili, ma impossibili.
Ci sono poi i crimini della storia umana; crimini terribili, inconcepibili. La nostra storia ci tiene in pugno come un incubo, in quanto i crimini del passato segnano il presente e portano a crimini futuri.
E ci sono poi gli sforzi per fermare e annullare gli effetti dei crimini passati.
E’ quindi appropriato questo mese scrivere non di economia ma di qualcos’altro. Settantanove anni fa la Germania impazzì. C’era un alto livello di delinquenza, ma anche la storia e la sfortuna. I criminali di quel tempo sono quasi tutti morti ora. I discendenti ed i successori tedeschi si sono comportati (e si stanno comportando) meglio di quanto ci si poteva aspettare nel gestire il passato ingestibile della loro nazione.
Settant’anni fa, duecentomila soldati sovietici (con una maggioranza schiacciante di uomini per la maggior parte russi) attraversarono il fiume Volga fino alla città di Stalingrado. In qualità di membri della 62ª Armata di Vasily Chuikov, affrontarono l’esercito tedesco combattendo per cinque mesi. L’80% di loro morì tra le rovine della città. Il 15 ottobre, una giornata tipo, Chuikov scrive nel suo diario di battaglia di un messaggio radio dal reggimento 416 alle 1220. Siete stati circondati, ci sono acqua e munizioni, meglio la morte che la resa!. Alle 1635 il Luogotenente Colonnello Ustinov richiamò l’artiglieria al suo commando circondato.
Ma nessuno lasciò la posizione.
E quindi, nel novembre di settant’anni fa, per la precisione il 19 novembre, 1 milione di soldati di riserva dell’esercito rosso fu trasferito al fronte sudorientale del Generale Nikolai Vatutin, al fronte di Don del Maresciallo Konstantin Rokossovsky e al fronte di Stalingrado del Maresciallo Andrei Yeremenko. L’obiettivo era far scattare la trappola dell’operazione Uranus, il nome in codice per l’accerchiamento e l’annientamento della VI Armata tedesca e della IV Armata Panzer. Combatterono, morirono e vinsero distruggendo la speranza dei tedeschi di dominare l’Eurasia per un altro anno e di stabilizzare il Reich di 1000 anni di Hitler.
Insieme, questi 1,2 milioni di soldati dell’esercito rosso, gli operai che li avevano armati ed i contadini che li avevano rifocillati, trasformarono la battaglia di Stalingrado in una battaglia che più di qualsiasi altra battaglia della storia umana, fece un’enorme differenza in termini positivi per l’umanità.
Gli Alleati avrebbero comunque vinto la Seconda Guerra Mondiale anche se i nazisti avessero conquistato Stalingrado, ridistribuito le forze di punta come riserve mobili, respinto l’offensiva del novembre del 1942 e conquistato i campi di petrolio del Caucaso privando in tal modo l’esercito rosso del 90% del suo combustibile principale. Ma qualunque fosse stata la modalità di vittoria delle forze alleate, avrebbe in ogni caso comportato l’uso delle armi nucleari su larga scala con un numero di vittime pari addirittura al doppio del numero reale delle vittime della Seconda Guerra Mondiale, pari a circa 40 milioni di persone.
Speriamo non ci sia mai una simile guerra di nuovo. Speriamo di non averne mai bisogno.
I soldati dell’esercito rosso, così come gli operai ed i contadini dell’Unione Sovietica che li hanno armati e rifocillati, non solo hanno permesso ai loro leader dispotici di commettere dei crimini, ma li hanno commessi loro stessi. Tuttavia, questi crimini sono comunque inferiori rispetto alla grandiosità dell’enorme servizio reso all’umanità (in particolar modo all’umanità dell’occidente europeo) tra le macerie lungo il fiume del Volga nell’autunno di settant’anni fa.
Noi siamo gli eredi dei loro risultati. Siamo loro debitori, ma non possiamo ripagarli. Possiamo solo ricordarli.
Ma quanti leader della NATO, quanti presidenti e ministri dell’Unione europea si sono ritagliati un po’ di tempo per visitare quei luoghi di battaglia e magari deporre una corona a chi ha salvato la loro civiltà sacrificandosi?
Traduzione di Marzia Pecorari
J. Bradford DeLong, ex assistente segretario del Tesoro degli Stati Uniti, è professore di economia presso l’Università della California a Berkeley e assistente ricercatore presso il National Bureau for Economic Research.
Copyright: Project Syndicate, 2012.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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