Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 05 settembre 2011 alle ore 18:25.

My24
Rosa Bazzi e Olindo Romano (LaPresse)Rosa Bazzi e Olindo Romano (LaPresse)

Un gesto efferato che nasce dall'odio, dalla grettezza e dall'individualismo covati a lungo. La Corte di cassazione esclude con fermezza il binomio delitto feroce uguale pazzia e ribadisce le piene capacità di intendere e di volere di Olindo Romano e Rosa Angela Bazzi, che l'11 dicembre 2009 uccisero i loro vicini di casa, quattro persone, tra cui un bambino, ferendone una quinta. Gli ermellini hanno depositato oggi le motivazioni della sentenza 33070 (si legga il testo sul sito di Guida al diritto) con cui, dopo meno di quattro ore di camera di consiglio, il 3 maggio scorso, hanno deciso di confermare gli ergastoli a carico dei coniugi di Erba.

Le prove inconfutabili
In 52 pagine la prima sezione penale respinge gli argomenti difensivi, affermando l'impossibilità di intaccare «la solidità dello zoccolo su cui è stata ricostruita la dolorosissima vicenda». Le tesi sostenute non hanno, infatti, la forza di mettere in dubbio le prove che addossano Rosa e Olindo la responsabilità dell'omicidio. A inchiodarli ci sono una macchia di sangue nella macchina di Romano, la testimonianza di Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage e, soprattutto, il loro comportamento, confessione e ritrattazioni comprese.

Le eccezioni della difesa
Gli ermellini respingono al mittente le principali eccezioni della difesa sull'inattendibilità di un testimone oculare, che avrebbe avuto più di un incertezza, sull'ostinazione degli inquirenti a indagare dall'inizio in una sola direzione, sulla mancata possibilità di sottoporre gli imputati a una perizia psichiatrica e, per finire, sulle pressioni subite da Olindo da parte degli inquirenti. Non passa il tentativo di far sorgere dubbi sulla testimonianza di Frigerio, i cui tentennamenti in fase di indagine superati in dibattimento, erano dovuti – spiega la Corte – non tanto alla difficoltà di fare affiorare un ricordo offuscato dal trauma, ma a quella di collegare un vicino di casa, da lui ritenuto una brava persona, alla brutalità subita. Giustificato – sottolinea la prima sezione – anche lo sguardo "unidirezionale" tenuto dagli inquirenti che, fin dall'inizio delle indagini, sono stati insospettiti dal comportamento dei coniugi Romano.

La piena capacità di intendere e volere
Il collegio di piazza Cavour respinge inoltre le rimostranze della difesa per il rifiuto delle corti di merito di sottoporre gli accusati a una perizia psichiatrica. Ben 46 visite per Bazzi e 42 per Romano sono state sufficienti – spiegano i giudici di piazza Cavour - a escludere patologie tali da giustificare gli esami richiesti. Hanno, inoltre "deposto" a favore della sanità mentale degli imputati i loro stessi comportamenti, sempre aderenti alla realtà prima e dopo il fatto: dal posteggio dell'auto fuori dal cortile, alla cena a Como la sera del delitto, dalla ricerca del cassonetto meno controllabile per abiti sporchi di sangue e armi all'autocontrollo nel momento dell'arresto e dopo. Va dunque abbandonata – secondo il collegio – l'equazione che lega il delitto grave alla malattia mentale.

Esclusa l'ipotesi di una forzatura psicologica sui due imputati
Per finire, la Suprema corte esclude l'ipotesi di una forzatura psicologica sui due imputati. Sia la Corte Costituzionale sia la Corte dei diritti dell'Uomo – ricorda il collegio – censurano la possibilità per il Pm di estorcere una confessione prospettando all'interrogato un male ingiusto. Nel caso specifico ci si era limitati a ricordare a Rosa e Olindo il rischio di perdere per sempre la loro libertà. Un male "giusto" - precisa la Corte – perché previsto dall'ordinamento, per un delitto nato dall'odio e considerato anche in questo caso la "giusta" punizione per i vicini rumorosi.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi