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Questo articolo è stato pubblicato il 08 luglio 2010 alle ore 09:59.
L'ultima modifica è del 08 luglio 2010 alle ore 10:48.
Difficile dare torto a Ernesto Galli della Loggia che sul Corriere della sera descrive un paese in cui la politica non esiste più. È una fotografia che abbraccia un po' tutti: chi governa al pari di chi si oppone, salvo eccezioni. E la giornata di ieri ne offre un'interessante conferma. Nei giorni scorsi era tutto un susseguirsi di proclami bellicosi. Il presidente del Consiglio annunciava la resa dei conti con i dissidenti finiani, a costo di rischiare la crisi del governo.
Sullo sfondo sembrava prender forma una sorta di "predellino due", ossia, in codice, una riedizione del colpo improvviso con cui Berlusconi fece nascere in piazza il Popolo della libertà e mise in angolo i centristi. A sua volta il centrosinistra dava quasi per scontata la fine dell'era di Arcore e si dichiarava pronto ad assumere le responsabilità che le circostanze imponevano: una specie di governo di salute pubblica, pareva di capire, alla sola condizione che non ne facesse parte Silvio Berlusconi.
Questo trambusto poteva a prima vista esser scambiato per un ritorno in grande stile della politica. Ma i fatti, se così possiamo chiamarli, sembrano andare in un'altra direzione. Può darsi che abbia ragione Marco Pannella, che torna a parlare di un sistema vischioso in cui alla fine Pdl e Pd sono più intrecciati e incollati tra loro di quanto vorrebbero ammettere. Ma forse la realtà è proprio quella di un paese disabituato alla politica in cui al massimo si riescono a tutelare le rispettive rendite di posizione: quelle del governo e quelle dell'opposizione, in un sostanziale immobilismo.
Vediamo gli eventi delle ultime ore. Lungi dal produrre qualche clamorosa frattura, la nuova stagione del "ci penso io" ha l'obiettivo di puntellare il governo, eliminando dalla strada le mine pericolose. Dopo le dimissioni di Brancher, è la volta della legge sulle intercettazioni. Sembrava una bandiera irrinunciabile per Berlusconi, invece ieri, nell'imminenza dello sciopero dei giornalisti, il Pdl fa sapere che saranno introdotte modifiche al testo, nello spirito delle «perplessità espresse dal Quirinale». Significa che la legge dovrà essere smontata e rimontata a Montecitorio, proprio come voleva il presidente della Camera, ed è difficile che questo lavoro possa essere completato in agosto.