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Questo articolo è stato pubblicato il 13 ottobre 2011 alle ore 08:08.

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di Barbara Fiammeri
Alle 11, quando Silvio Berlusconi stamane pronuncerà il suo discorso per chiedere l'ennesima fiducia, l'aula della Camera sarà piena solo a metà. Le opposizioni hanno deciso di disertare l'appuntamento: non ascolteranno il premier né parteciperanno al successivo dibattito. Si ripresenteranno però domani per votare la sfiducia.

Un Aventino per protestare contro quella che definiscono un situazione non più tollerabile. È l'ultima sorpresa che arriva alla fine di una giornata iniziata con la dura presa di posizione del Quirinale all'indomani della bocciatura del rendiconto generale dello Stato.

Napolitano avverte: la fiducia da sola non basta più, serve che governo e Parlamento siano efficienti e operativi. Ed è un monito che non ammette repliche e che fa temere il peggio. La convinzione che si va facendo strada nel Governo e nella maggioranza è che Berlusconi domani otterrà la fiducia, ma a partire dalla prossima settimana tornerà ad andare sotto. A quel punto la partita sarebbe totalmente nelle mani di Napolitano. «È una strada senza uscita, siamo a un bivio o puntiamo alle elezioni o ci troveremo un altro governo e il partito spaccato...», è la tesi che più di qualcuno paventa in queste ore. Il partito del non voto, per ora silenzioso, si sta organizzando. Se ne sono accorti anche ai piani alti del Pdl, tant'è che ieri sera Ignazio La Russa è corso ai ripari spiegando che sarebbe un «danno troppo grave» per l'Italia il ricorso al voto anticipato.

Ma è un'assicurazione che vale ventiquattr'ore. Bossi (che ieri ha detto «siamo credibili, per ora le leggi passano») troppe volte ha lasciato intendere che le elezioni si terranno nel 2012. Ed è un'ipotesi rafforzata anche dal fantasma del referendum elettorale, dal rischio che il porcellum venga spazzato via e che non siano quindi più né Berlusconi né Bossi a decidere chi deve essere eletto in Parlamento. Ecco perché nulla viene più dato per scontato. Gli scajoliani continuano ad essere sul piede di guerra. Si parla di un'operazione simile a quella che fece Lamberto Dini con il governo Prodi, quando dopo aver votato la fiducia si smarcò dalla maggioranza. Il secondo colloquio con l'ex ministro dello sviluppo avenuto ieri a Palazzo Grazioli si è risolto in un nulla di fatto. Berlusconi non ha potuto offrire quelle garanzie che Scajola chiede per arrestare il distacco dal Pdl. Prima fra tutte: la rottura con Tremonti.

Scajola ieri sera ha riunito le truppe e stamane comunicherà la decisione che potrebbe risolversi nella nascita di una componente autonoma dal Pdl sia pure interna ancora alla maggioranza. Un'operazione alla quale guardano con attenzione anche una parte dei responsabili, a partire da Luciano Sardelli che invita Berlusconi a stare ben attento ai consigli di quei generali che «minimizzano» il disagio interno alla maggioranza e al Pdl in particolare, «magari perché contano di raccogliere quel poco che resterà del partito del Cavaliere quando lui sarà uscito di scena».
Il rischio di nuovi «incidenti», di scivoloni della maggioranza più o meno dolosi è dietro l'angolo.

Per questo sia sulle intercettazioni che sul processo breve si preferisce evitare di spingere sull'acceleratore. Adesso il massimo sforzo deve essere dedicato al decreto sviluppo, alla legge di stabilità e all'approvazione del rendiconto. Stamane il Consiglio dei ministri approverà assieme alla legge di stabilità un nuovo ddl per recuperare la debacle di martedì. Una decisione che la maggioranza e il premier avrebbero preferito evitare. La decisione con cui la Giunta del regolamento ha sentenziato (nonostante il «no» di Pdl e Lega) che la bocciatura dell'articolo 1 del rendiconto impedisce l'esame del resto del provvedimento è stata duramente contestata dal governo e dai partiti della maggioranza che ritengono «parziale» la posizione assunta da Fini.

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