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Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2012 alle ore 09:21.
L'ultima modifica è del 23 marzo 2012 alle ore 09:22.

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Squinzi, imprenditore giramondo, è uomo pragmatico che ha fatto della ricerca dell'efficienza una prerogativa anche nelle piccole cose: ha sempre il carnet di 10 biglietti in tasca e per andare in centro a Milano preferisce la metropolitana perchè è inutile perdere tempo in auto. Le vacanze? Per tanti anni a Milano Marittima dove ha conosciuto la moglie Adriana, giovane laureata in scienze politiche (tesi sul mercato degli adesivi in Italia) con relatore il professor Romano Prodi.

All'attività imprenditoriale Squinzi ha unito la partecipazione alla vita associativa in Confindustria. Presidente di Federchimica dal 1997 al 2003 e dal 2005 al 2011 ha firmato (con tutte le sigle sindacali) sei rinnovi contrattuali senza un'ora di sciopero; gli accordi hanno introdotto flessibilità diventati apripista per altri settori industriali. Da ottobre 2010 è presidente del Cefic (l'associazione dell'industria chimica europea) che riunisce tutti i big (da Basf a Bayer a Dow Chemical)

Ma Giorgio Squinzi (primo presidente nella storia centenaria di Confindustria proveniente dal settore chimico e primo milanese a oltre 50 anni dall'ultimo meneghino, Alighiero De Micheli) è anche un grande appassionato di ciclismo e musica. Passioni ereditate dal padre Rodolfo. «Per la prima volta mi ha portato alla Scala il 1° gennaio del 1956 a vedere la Norma interpretata da Maria Callas e Mario Del Monaco», ricorda Squinzi. Non perde uno spettacolo alla Scala e, spesso, vola al Metropolitan di New York, a Salisburgo o a Vienna per seguire gli appuntamenti con la musica lirica anche se non disdegna la sinfonica. Ma le preferenze vanno al grande repertorio di Verdi, Puccini, Donizetti e Bellini.

Musica ma soprattutto ciclismo. Il padre Rodolfo, corridore professionista dal '28 al '32, («Conservo una sua foto che lo ritrae in fuga durante la classica Coppa Bernocchi») trasmette al giovane Giorgio la passione per la bicicletta. Per quasi 10 anni (dal 1993 al 2002) la Mapei è al top del ciclismo professionistico, colleziona 654 vittorie, vestono e vincono con la casacca multicolore le più importanti classiche tanti big di allora. In squadra correvano i migliori ciclisti del Belgio (per esempio Johan Museeuw) e Squinzi in quel paese godeva di una popolarità straordinaria: «Tanti mi fermavano per strada e mi chiedevano l'autografo». E poi grandi corridori italiani degli anni '90: Franco Ballerini, Paolo Bettini, Andrea Tafi rimasti legati al Dottore anche dopo la chiusura dell'attività sportiva. Un ritiro dettato dal fatto che «il ciclismo non era più pulito ed era oramai troppo distante dalla nostra filosofia». Poi qualche tentazione di ricominciare bloccata, però, dalla scomparsa prima di Ballerini e poi di Aldo Sassi, anima del Centro Mapei Sport di Castellanza che continua a preparare campioni come Cadel Evans. Più recente l'impegno nel calcio: il patron della Mapei (grande tifoso del Milan) da alcuni anni è proprietario e sponsor del Sassuolo calcio che sta lottando per salire dalla serie B alla A.

Una passione ciclistica che si rinnova ogni domenica mattina. Immancabile l'appuntamento di Giorgio Squinzi (corre esclusivamente su bici Colnago) con un gruppo di amici sulle strade della Brianza, della Val Taleggio o sulle rampe del Ghisallo o del passo San Marco. Scorribande in amicizia che si chiudono con un brindisi; prosecco di Valdobbiadene, salame e formaggio delle valli bergamasche dell'amico Giacomo e la torta del pasticcere Sergio, fedelissimi delle uscite della domenica. Sempre in pista (Squinzi ora percorre in media 2mila chilometri all'anno ma nei periodi migliori è arrivato a 4mila) per preparare l'appuntamento clou della stagione: il Mapei day di metà luglio con la scalata da Bormio allo Stelvio. Da fare in ogni condizione di tempo: come nel 2008 quando Giorgio Squinzi, arrivato in vetta, al termine di una scalata sotto la neve e la grandine ha ancora la forza di incoraggiare gli amici stanchi e infreddoliti: «Anche noi siamo entrati nella leggenda».

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