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Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2014 alle ore 07:02.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:46.

Veduta esterna del carcere di Bollate (Fotogramma)Veduta esterna del carcere di Bollate (Fotogramma)

Questo tipo di analisi, utilizzando appropriate tecniche statistiche, porta a misurare la riduzione della recidiva associata alla durata, più o meno lunga, del periodo trascorso a Bollate, a parità di pena da scontare. Il risultato - una riduzione di circa 9 punti percentuali per ogni anno in più di permanenza a Bollate (e quindi in meno in un altro carcere) - dimostra appunto che un carcere rispettoso della dignità della persona e impostato sulla rieducazione del condannato consente di ridurre sensibilmente la recidiva e dunque contribuisce alla crescita del Paese in termini di legalità, sicurezza, risparmi e competitività.

Un'obiezione possibile è che la riduzione osservata, pur essendo una buona misura della risposta al "trattamento" degli ospiti di Bollate, non è altrettanto idonea a misurare la risposta al medesimo trattamento di un detenuto meno selezionato di quello che normalmente finisce a Bollate. Per rispondere a questa obiezione si è ripetuta l'analisi su un sottoinsieme dei detenuti di Bollate, i cosiddetti "sfollati", ospiti occasionali lì trasferiti per ovviare temporaneamente al sovraffollamento di carceri limitrofe. Detenuti né scelti né selezionati (semmai, è possibile che la selezione avvenga in senso opposto, per la tendenza a sfollare le persone più problematiche), che in genere si fermano per periodi più brevi degli altri.

Ebbene, sfruttando di nuovo la variabilità casuale della durata della loro permanenza a Bollate, si è misurata la riduzione della loro recidiva, ottenendo un risultato per certi versi sorprendente: per ogni anno in più di pena scontato a Bollate (e in meno in un altro carcere) la recidiva si riduce di circa 14 punti percentuali. Trattandosi di un campione meno numeroso i risultati sono stimati con minore precisione, ma è significativo e interessante che l'effetto positivo del carcere "aperto" si manifesti addirittura in misura maggiore per detenuti considerati a priori meno promettenti (non essendo selezionati) e che, anche per la ridotta permanenza a Bollate, sono meno coinvolti negli aspetti più qualificanti del trattamento (formazione professionale, avviamento al lavoro, studio...). Sembra dunque di poter concludere che anche il solo fatto di garantire ai detenuti condizioni dignitose e un contesto responsabilizzante inneschi un processo riabilitativo. A ciò contribuisce anche - in una misura che si sta ancora cercando di verificare con maggiore precisione - l'esempio e il contatto con i detenuti "migliori", considerati a priori meno propensi a recidivare, vale a dire l'influenza positiva sui detenuti più "cattivi" di un ambiente "più sano".

Troppo spesso, nel nostro Paese, il dettato della Costituzione in materia di pena carceraria è visto come un ideale utopistico da sacrificare sull'altare della sicurezza. I risultati di questa ricerca dimostrano che è vero l'esatto contrario: proprio il rispetto della Costituzione può essere la chiave di volta di una significativa riduzione della recidiva, trasformando il carcere in una fabbrica di libertà e non del crimine.

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