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Draghi al G 20: «Le banche italiane non sono in pericolo per la crisi ungherese»

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2010 alle ore 20:20.

BUSAN (Corea) - Le banche italiane non corrono rischi sistemici dalla crisi in Ungheria, ma per combattere la speculazione e le turbolenze dei mercati che tornano ad affliggere la ripresa occorre «la massima determinazione» nel portare avanti la riforma del sistema finanziario attraverso un'azione combinata di rigore, sanzioni e trasparenza. Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, si dice soddisfatto dell'esito del G20, dove ha partecipato anche in qualità di presidente dell'Fsb, vertice che fra diversi compromessi ha posto le basi per l'incontro dei capi di Stato di Toronto.

Draghi incontra i giornalisti e sgombra il campo da eventuali contraccolpi per gli istituti di credito italiani dalla crisi in Ungheria: il sistema è solido, «le banche sono adeguatamente capitalizzate, un modello tradizionale di business e di gestione del rischio» le mette al riparo oltre che, non da ultimo, una «supervisione» efficace. Nel Paese magiaro l'esposizione degli istituti di credito, secondo i dati Bri, ammonta a 21 miliardi (la terza dopo Austria e Germania) e si segnala la presenza di Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Ma la lotta alla speculazione, come già spiegato da Draghi nei giorni scorsi, «non si vince in un giorno» e, scherza oggi, «io non ho la bacchetta magica» per risolvere di un colpo i problemi magari con una regola unica e risolutrice.
Anche il presidente della Bce Jean Claude Trichet, che incrocia il governatore nella hall dell'albergo dove si tiene il vertice, sorride alla stessa sollecitazione: «non siamo dei maghi».

Draghi ripete poi come il lavoro iniziato con il conferimento del mandato dal G20 all'Fbs nell'aprile 2009 sia ora più che mai necessario. Il governatore, per tranquillizzare i dubbi delle banche e degli industriali, ribadisce ancora una volta che le nuove regole sul capitale della banche (Basilea 3), che saranno pronte a fine 2010, saranno introdotte gradualmente ma che la data di fine 2012 stabilita per fare partire la riforma e ribadita nel comunicato finale del G20 è «la chiave» per ristabilire la fiducia. Alcune parti possono essere introdotte velocemente mentre per altre, «come la definizione di capitale, ci vuole un accordo comune a livello globale», argomenta.

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Il processo per ristabilire la fiducia passa così per un meccanismo di sanzioni che colpisce le banche che non si mettono in ordine, la volontà di parlare con una voce unica così come fa la Bce e garantire la massima trasparenza. Su questo Draghi concorda con gli Stati Uniti, che hanno pubblicato i risultati degli stress test sulle banche chiedendo all'Europa, fino a ora dubbiosa, di fare altrettanto. «La pubblicazione ha avuto effetti benefici sia per i mercati che per le stesse banche», spiega Draghi.

Altri 'pilastri', non si stanca di ripetere il governatore, sono poi «una politica fiscale coordinata, il risanamento dei conti e le riforme strutturali». E sulla tassa per le banche, punto su cui il G20 non è riuscito a trovare l'accordo per l'opposizione di alcuni Paesi, Draghi consiglia di realizzare «una base comune» di principi internazionali per far pagare al sistema finanziario parte dei costi dei salvataggi. Un minimo denominatore su cui poi «ogni Paese potrà aggiungere delle misure», come appunto delle tasse ad hoc.

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