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Questo articolo è stato pubblicato il 11 ottobre 2010 alle ore 13:44.

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Dopo Fmi, in vista nuove battaglie nella guerra delle valuteDopo Fmi, in vista nuove battaglie nella guerra delle valute

Il Financial Times vede arrivare nuove battaglie nella guerra delle valute, il Wall Street Journal anticipa che gli Stati Uniti intensificheranno le pressioni sulla Cina. Dopo il fallimento delle riunioni del week-end di G7 e Fmi, finite senza un accordo sulla cooperazione economica globale e sui movimenti valutari, le tensioni rischiano l'escalation.

Frantumate le speranze di un'intesa, invece di cooperazione c'è «scompiglio» e sono probabili ulteriori battaglie, scrive il Financial Times. «Le più grandi economie mondiali sono più lontane che mai sulle valute», spiega il quotidiano britannico. «La Cina accusa gli Usa di destabilizzare le economie emergenti lasciando che una politica monetaria ultra allentata inondi di soldi i paesi emergenti, mentre gli Stati Uniti insistono nel dire che il Fondo monetario internazionale dovrebbe concentrarsi di più sui tassi di cambio e sull'accumulazione di riserve della Cina».

La mancanza di accordi molto probabilmente «esacerberà la volatilità valutaria» di qui al vertice del G20 a Seul, prevede il Ft. Il quotidiano cita Mohamed El-Erian, Ceo di Pimco, il maggiore investitore mondiale di bond, che punta il dito sull'inadeguatezza del coordinamento delle politiche nazionali e sulle crescenti frizioni tra paesi. Il comunicato del Fmi – osserva il Ft – dice sì che i paesi devono lavorare in modo cooperativo, ma «non contiene nessuna prova che le grandi economie possano trovare un accordo sulle questioni che le dividono». Tanto che Dominique Strauss Kahn, il direttore generale dell'Fmi, ha esortato i paesi a non limitarsi a sottoscrivere «parole calorose», ma a fare «passi concreti».

«Ci sono pochi segnali che la Cina lascerà che il renminbi si apprezzi più velocemente, con crescente frustrazione degli Usa», continua il Ft. E le pressioni sulla Cina incontrano maggiore resistenza da parte cinese: il governatore della banca centrale cinese ha detto che il "focus" sulle valute è unilaterale. Altri ministri delle Finanze hanno espresso al Financial Times la loro "disperazione" per l'intransigenza di entrambe le parti.

«L'ostilità tra Washington e Pechino si è intensificata fino ad assomigliare a una guerra di trincea», scrive ancora il Financial Times in uno degli articoli da Washington. Gli Usa avvertono con più vigore che i tassi di cambio manipolati ostacolano la ripresa globale, la Cina ribatte che la politica monetaria super-lassista del mondo avanzato sta creando flussi di capitale destabilizzanti.

Paul Martin, l'ex ministro delle Finanze canadese che ha contribuito a creare il G20, dice al Ft che la disputa sta eclissando questioni di cooperazione finanziaria internazionale come gli accordi di Basilea III e l'espansione del Financial Stability Board. «Sarebbe una tragedia se il G20 di Seul fosse dirottato dalle valute come sono state queste riunioni». Washington per ora mantiene la questione valutaria al centro dell'attenzione. «Gli Stati Uniti rafforzeranno la pressione sulla Cina», titola il Wall Street Journal, nel raccontare la vicenda soprattutto dal punto di vista americano.

Secondo un esponente americano – si legge sul Wsj - l'amministrazione Obama era contenta di essere riuscita a porre la questione della valuta cinese al centro della riunione annuale dell'Fmi e aveva l'impressione che Pechino avesse risposto agli sforzi Usa alzando il valore dello yuan a un ritmo accelerato nell'ultimo mese. Ma ha aggiunto che è necessaria «una pressione continua per evitare che la Cina ricada nell'errore».

Nella cronaca del Wsj, gli Stati Uniti non appaiono soli: «Nazioni europee e diversi mercati emergenti» si lamentano della sottovalutazione dello yuan, nota il quotidiano. Per competere, Giappone, Corea del Sud e Brasile hanno preso misure per abbassare il valore delle loro valute, sollevando il timore che si arrivi a una guerra commerciale. Alle riunioni Fmi, gli esponenti cinesi «hanno avuto un ruolo più visibile del solito», osserva il Wsj.

L'amministrazione Obama – continua il quotidiano americano - si aspetta che la Cina faccia ulteriori passi sul fronte della sua valuta prima del vertice di Seul, in modo da evitare che la questione dei tassi di cambio domini il G20. «I negoziatori sudcoreani si danno da fare per convincere Pechino a fare proprio così».

Oltre alle esortazioni del segretario al Tesoro Timothy Geithner, gli Stati Uniti hanno anche «altre leve» per fare pressione sulla Cina, ma - secondo il Wsj - esitano a usarne alcune. In particolare, venerdì uscirà un rapporto del Tesoro che esamina se i tassi di cambio, compresi quelli cinesi, sono manipolati. Geithner ritiene che se risultasse che c'è manipolazione sullo yuan ciò potrebbe essere controproducente, poiché aprirebbe la strada a misure di ritorsione da parte delle aziende a stelle e strisce.

La Cina è diventata una questione politica importante nella campagna elettorale di quest'autunno e – nota il Wsj – questa potrebbe essere una ragione per indurre il Tesoro Usa a rinviare il rapporto, come ha già fatto in passato. Quanto agli europei, «mentre hanno espresso preoccupazione per il valore dello yuan, sono stati meno conflittuali con Pechino». Alcuni – spiega il Wsj - hanno argomentato che tocca all'America e alla Cina affrontare le cause alla radice della disputa sulle valute.

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