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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2011 alle ore 07:49.

Chi voleva evitare iperboli l'ha definito una giornata da Jean-Claude Trichet, citando l'abitudine del governatore della Bce a comparire davanti alla stampa. Ma altri non hanno esitato a paragonare l'evento al circo mediatico scatenato dal matrimonio del principe William. Di sicuro è stato un atto inedito, il più atteso dell'anno finora nei corridoi del potere a Washington: quando il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, alle 2:15 del pomeriggio locale, si è prestato a rispondere alle domande dei giornalisti ha inaugurato la prima «press conference» in 97 anni di storia della Banca centrale americana. Con milioni - dagli operatori finanziari ai cittadini - pronti a passare al setaccio parole e comportamenti del timoniere della politica monetaria della maggior potenza al mondo. A scovare indizi, voluti o sfuggiti, sulle prossime decisioni, se e come ritirare gli stimoli alla crescita e affrontare lo spettro inflazione.

Missione compiuta, quella di Bernanke. Almeno d'immagine: non ha inciampato, non si è lasciato scappare nulla che scuotesse i mercati sui temi scottanti. Strette monetarie? «Non sappiamo ancora, al momento giusto». Dollaro debole? Stabilità e forza della valuta restano «nell'interesse nazionale e globale» - e competenza del Tesoro. Insomma, trasparenza senza brecce indesiderate. «Mostra che la Fed non ha niente da nascondere», ha detto Alan Blinder, ex vicegovernatore. Di questo Bernanke ha oggi bisogno. Di rafforzare la credibilità dell'istituzione reduce da una stagione di polemiche: la Banca centrale è stata in prima linea nei salvataggi dell'alta finanza, mentre l'economia reale soffre ancora. Dentro la stessa Fed cresce il dissenso. E in Congresso trova eco persino il deputato repubblicano Ron Paul, che invoca la sua abolizione.

Bernanke era conscio dei rischi di esibirsi senza rete. Nel 2006, fresco di nomina, una sua battuta informale sui tassi fece cadere la Borsa e lo costrinse a scusarsi in Senato. In seguito accettò domande solo in audizioni congressuali, o attraverso moderatori al National Press Club. Questa volta non ha lasciato nulla al caso. Come un atleta alla vigilia d'una partita importante, ha studiato le registrazioni dei colleghi europei, ai quali aveva già chiesto consigli durante recenti incontri internazionali. La partecipazione è stata limitata ai media, statunitensi e internazionali, accreditati in Parlamento. E il modello è filtrato in anticipo: breve introduzione, poi domande per tre quarti d'ora.

La conferenza stampa, da ripetere ogni tre mesi, per quanto rivoluzionaria è l'ultimo passo d'un cammino di trasparenza accelerato proprio da Bernanke. Fino al 1994 la Fed non annunciava neppure le decisioni, divinate da specialisti, i «Fed watcher». I primi comunicati post-vertici arrivarono nel 1999. Alan Greenspan divenne famoso per i discorsi quanto per la loro oscurità, l'«ambiguità costruttiva». Solo un neo ieri per il chairman della Fed: non basta una conferenza stampa a rispondere ai dilemmi di politica monetaria.

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