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Questo articolo è stato pubblicato il 30 agosto 2011 alle ore 07:50.

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MILANO. Passività per quasi 1,5 miliardi, rispetto al miliardo di fine marzo, e un patrimonio netto che sprofonda in negativo a oltre 200 milioni. Sono numeri impietosi che danno idea della gravità della crisi dell'ospedale San Raffaele di Milano: ancora più pesanti, se mai ce ne fosse stato bisogno, rispetto ai dati di solo qualche mese fa.

Sono i numeri di fronte ai quali si sono trovati il super consulente Enrico Bondi, il risanatore di Parmalat, e il consiglio di amministrazione della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor: quel nuovo consiglio, voluto dal Vaticano per salvare l'ospedale di Don Luigi Verzè, riunitosi ieri per esaminare la situazione economico finanziaria e patrimoniale al 30 giugno predisposta dal consulente contabile Deloitte.

I nodi del salvataggio
«I numeri sono peggiorati rispetto a quelli di soli pochi mesi fa e resta da capire se, in questa situazione, sarà ancora possbile avviare un concordato in continuità». Il commento è di un addetto ai lavori vicino alla trattativa. C'è scetticismo sulla strada che potrebbe essere seguita per il salvataggio. Con questi numeri (con le passività salite a quasi 1,5 miliardi su un patrimonio netto pesantemente negativo) una delle opzioni resta dunque, una volta riconosciuta per il gruppo l'insolvenza, l'ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dalla Legge Marzano.

Il tempo a disposizione per scegliere un percorso di salvataggio non è molto. Il consiglio si è dato appuntamento al 5 settembre per una prima analisi delle linee guida del progetto di risanamento. Dopo di che mancheranno una decina di giorni alla scadenza di metà settembre, la data fatidica del 15 settembre entro la quale è stata richiesta la presentazione di un piano dalla Procura di Milano, con il Pm Luigi Orsi in campo, in accordo con il presidente della sezione fallimentare, Filippo Lamanna. In caso contrario verrà presentata un'istanza di fallimento.

Gli interrogativi sui bilanci
Restano senza risposta numerose domande. La prima riguarda il lavoro di Deloitte, che nel giro di pochi mesi ha redatto due analisi dei conti molto diverse fra loro. In particolare, le passività hanno toccato 1,476 miliardi, di cui 431 milioni legati a leasing, factoring e alle garanzie concesse. Il patrimonio netto è stato anche rettificato da Deloitte (a valore storico) e risulta negativo per 210 milioni. Nell'analisi precedente risultava invece positivo per 28 milioni anche sulla base di perizie che avevano rivalutato alcuni attivi.

È pur vero che il Mol è ancora positivo, ma rispetto alle stime passate hanno avuto un peso le passività per le garanzie concesse dalla Fondazione per conto delle società brasiliane del gruppo, non solo asset ospedalieri ma anche fazende dedite alla coltivazione nell'area di Salvador de Bahia.

Come mai Deloitte ha fornito due versioni così diverse? Resta da capire se siano stati utilizzati principi più prudenziali oppure se i revisori abbiano avuto la possibilità, in questo secondo controllo, di mettere le mani su documenti contabili prima non disponibili: prospetti che potrebbero essere emersi dopo l'ingresso del nuovo Cda (ieri è stata nominata Maurizia Squinzi con la carica di direttore amministrazione e finanza) e soprattutto dopo il suicidio di Mario Cal, il braccio destro di Don Luigi Verzè che si è tolto la vita in luglio lasciando una lunga scia di sospetti sulla gestione dell'ospedale.

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