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Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2011 alle ore 07:53.
È un piano di tagli e di rifocalizzazione sull'attività di banca commerciale quello su cui Federico Ghizzoni chiede la 'fiducia'. La fiducia di un aumento di capitale più elevato del previsto. Sui dati al 30 giugno l'Eba (Europen banking authority) aveva infatti stimato in 7,3 miliardi le esigenze di ricapitalizzazione di UniCredit.
L'istituto di Piazza Cordusio si è invece orientato per un rafforzamento patrimoniale che sfiora i 10 miliardi, dal momento che ai 7,5 miliardi di aumento di capitale previsto per inizio 2012 si aggiungono i 2,4 miliardi di bond cashes (sui 3 totali) che Bankitalia ha considerato validi ai fini del common equity già secondo i criteri di Basilea 3.
Un aumento, comunque la si giri, diluitivo visto che l'importo è pari alla metà dell'attuale capitalizzazione di Borsa di UniCredit. Presto per dire di quanto, ma secondo le prime stime di Bernstein la diluizione sul book value è ipotizzabile nel 33% e sugli utili del 40%.
L'amministratore delegato ha spiegato che l'importo massiccio della richiesta è da collegare «alla difficile situazione di mercato e al fatto che UniCredit è l'unica banca italiana classificata come 'sifi' (systemically important financial institutions, ndr)», e con ciò si andrà «ben oltre» quanto richiesto a livello regolamentare, con il vantaggio di guadagnare «flessibilità nel business».
Secondo le previsioni, il common equity tier 1 (Basilea 3) dovrebbe attestarsi oltre il minimo del 9% il prossimo anno per salire oltre il 10% nel 2015.
Ma vediamo il piano, che si propone di raggiungere un utile netto di 3,8 miliardi e un rendimento del capitale tangibile (Rote) del 7,9% entro il 2013, con profitti netti di 6,5 miliardi e un Rote del 12% nel 2015 sull'aspettativa di una graduale ripresa dell'economia un rendimento sul capitale tangibile (Rote) dell'ordine del 12%. Le assunzioni di base del contesto non sono molto dettagliate ma, a grandi linee, prevedono comunque una crescita del Pil molto modesta in Italia (+0,2% nella media del biennio 2011-2012, +0,8% nel 2013-2015), moderata in Europa (+1,3% e +1,6%) e più sostenuta nel centro-est Europa (+3,7%, +4,1%).
Con l'Euribor a tre mesi all'1,3% nel primo biennio e al 2% nel secondo. Di certo le ipotesi relative al contesto non contemplano eventi catastrofici quale sarebbe il break-up dell'euro.
Sull'Italia ‐ che rappresenta il 37% dei risk weighted assets e il 33% dei depositi ‐ si può parlare di 'ristrutturazione', dal momento che l'attività non è profittevole. Il piano prevede una razionalizzazione degli spazi fisici (-14%) e dei servizi: oggi l'87% delle filiali fa 'tutto', nel 2015 la percentuale scenderà al 26%, mentre gli sportelli leggeri saliranno dal 13% al 60%. E ci sarà un maggior utilizzo degli altri canali distributivi (online, call center, ecc.). Il personale delle rete commerciale calerà di 5.200 unità, prevalentemente col blocco del turnover. I costi scenderanno dai 6 miliardi del 2010 a 5,6 miliardi nel 2015.
All'estero il focus è sui Paesi che sposano redditività e self-funding. Sicuramente in espansione Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Turchia. Comunque core Ungheria, Bulgaria, Croazia. Il resto è da vedere, senza escludere il ricorso all'M&A (il che significa anche cessioni) che però non è ricompreso nei dati del piano.
Nell'attività di Corporate e investment banking, è prevista l'uscita dal cash equity business (ricerca societaria, trading azionario e sales), che non è redditizio, sostituendo l'attività in proprio con un'alleanza strategica che potrebbe essere con Kepler, che ha appena acquisito l'analoga attività di Banca Leonardo (si veda Il Sole 24 Ore del 16 ottobre). Altri sfrondamenti in cantiere riguardano segmenti specifici come il commodity finance in Asia e negli Usa. Il taglio riguarda 900 persone.
Più in generale, l'attenzione all'equilibrio patrimoniale contempla una riduzione del rapporto impieghi/depositi da 1,4 a 1,2, spingendo sull'aumento della raccolta. Per gli impieghi la maggior selettività porta a formulare la previsione di una riduzione del costo del rischio dai 123 punti base del 2010 a 75 bp entro il 2015. Nei programmi rientra comunque la dismissione di asset ponderati per il rischio (Rwa) per 48 miliardi, di cui 35 in scadenza entro il 2015, che non verranno rinnovati.
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