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Questo articolo è stato pubblicato il 05 gennaio 2012 alle ore 08:11.

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Minimi storici degli ultimi dieci anni per UniCredit nel giorno dell'annuncio del prezzo dell'aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro. In apertura di contrattazioni l'istituto ha reso noto che la ricapitalizzazione avverrà con un'offerta di azioni a sconto del 43% circa rispetto al prezzo teorico ex diritto (Terp) delle azioni ordinarie UniCredit sulla base del prezzo ufficiale di borsa del 3 gennaio 2012. Tanto è bastato per far crollare il titolo, che, dopo diverse sospensioni per eccesso di ribasso, ha chiuso la seduta a 5,415 euro in flessione del 14,45 per cento. Un calo che equivale a 1,9 miliardi di capitalizzazione in meno per la banca.

A pesare sul titolo sono state soprattutto le valutazioni del mercato sullo sconto del 43% sul Terp, confrontato con una media europea del 35% circa. Una media, però, che non tiene conto delle condizioni in cui l'aumento di Unicredit viene lanciato. Già solo il confronto con la ricapitalizzazione da 4 miliardi di euro della stessa Unicredit del 2010 dà qualche parametro di valutazione in più. Allora l'impatto sulla capitalizzazione del gruppo bancario era pari al 10% e la volatilità del titolo a 30 giorni era del 30%. Numeri che non hanno riscontro nell'operazione appena annunciata, che avrà un impatto sulla capitalizzazione del 60% di fatto triplicando il numero di azioni della banca e una volatilità del 67%. Da qui la differenza di sconto tra il 29% del 2010 e il 43% attuale, senza contare che Unicredit in questo momento sconta le difficoltà di mercato e il rischio paese. Stessa cosa si dica per il confronto con l'aumento di capitale da 5 miliardi di euro di Intesa Sanpaolo, avvenuto a sconto del 24,3% ma con un impatto del 20% sul capitale e una volatilità del titolo del 29%. Le banche del consorzio di garanzia, guidate dai global coordinator UniCredit, Mediobanca e Bofa Merrill Lynch (seguite dallo studio legale Shearman), nelle valutazioni con il management dell'istituto, assistito dallo studio legale Linklaters, hanno piuttosto preso in considerazione operazioni della stessa portata e con caratteristiche simili a livello europeo come quelle di Hsbc, Santander o Rbs dove lo sconto si è attestato attorno al 40%.
Le valutazioni sul prezzo dell'operazione, comunque, passano in second'ordine rispetto al giudizio che il mercato darà del piano industriale, del nodo delle attività tedesche di Hvb e del management, in vista soprattutto del rinnovo del consiglio di amministrazione la prossima primavera.

I dettagli dell'offerta
L'aumento di capitale di Unicredit, che partirà lunedì 9 gennaio per terminare il 27, offrirà in opzione ai soci azioni ordinarie di nuova emissione, senza valore nominale, al prezzo di sottoscrizione di 1,943 euro per azione, nel rapporto di opzione di 2 azioni ordinarie di nuova emissione ogni azione ordinaria e/o di risparmio posseduta. L'operazione prevede l'emissione di un massimo di 3.859.602.938 nuove azioni ordinarie, per un controvalore complessivo pari a 7.499.208.508,53 di euro.
Unicredit ha, comunque, già incassato l'adesione all'offerta di diversi azionisti, che, tra impegni vincolanti e impegni non vincolanti, sono pronti a sottoscrivere fino al 24% delle azioni in opzione. Nel dettaglio, Allianz Se, Carimonte Holding, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e il consigliere di amministrazione Luigi Maramotti si sono impegnati a sottoscrivere, direttamente o indirettamente, azioni ordinarie di nuova emissione per il 10,68%, cui si aggiunge il 3,51% della Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona. Inoltre, «alcuni attuali azionisti, seppur non avendo assunto degli impegni vincolanti», spiega Unicredit in una nota, hanno avviato le procedure per sottoscrivere fino a un massimo di circa il 10%.
Ieri, poi, è stato pubblicato il prospetto informativo dell'operazione da cui emerge che per realizzare l'aumento di capitale UniCredit spenderà fino a 250 milioni di euro, «comprensivi di spese per consulenza, spese vive e delle commissioni di garanzia calcolate nella misura massima». Visto l'ammontare complessivo delle spese, UniCredit sottolinea che «i proventi netti derivanti dall'aumento di capitale in opzione sono stimati pari a circa 7,25 miliardi di euro».

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