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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2012 alle ore 15:29.

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Italia prima in Europa. In ristrutturazione di debiti delle aziende. Il Paese ha guadagnato un primato a livello europeo, quello del maggior numero di operazioni di ristrutturazioni di debiti societari attese per il 2012. È quanto emerge dalla ricerca annuale di DebtWire, condotta in collaborazione con Rothschild e Cawalader, che vede al secondo posto la Spagna. In Italia, d'altra parte, il debito verso le banche pesa per i due terzi dei finanziamenti delle aziende e per il 60% è in scadenza nei prossimi due anni.

Il timore che sia difficilmente rifinanziabile, in un momento in cui gli istituti di credito hanno problemi di liquidità, fa stimare un'ondata di ristrutturazioni di debiti che dovranno passare per iniziezione di capitale nelle aziende, cessione di asset o operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni. «Le stime sul Pil italiano, l'ammontare di debito corporate da rifinanziare in Italia nei prossimi due anni, la difficoltà delle imprese a reperire liquidità sui mercati del credito e del capitale, la crescita attesa del costo del funding per le aziende sono solo alcuni dei fattori che fanno pensare ad un incremento delle ristrutturazioni nel 2012 specialmente nel mid market» spiega Alessio De Comite, managing director di Rothschild Italia.

Nel 2011 le operazioni di ristrutturazione sono scese a un ammontare complessivo di circa 20 miliardi dai 35 miliardi dell'anno precedente, secondo l'inchiesta del Sole 24 Ore. Il rallentamento, però, è stato solo momentaneo se gli esperti del settore si aspettano una ripartenza. «Nel 2012 ci aspettiamo che il trend delle operazioni sul debito non subirà sostanziali battute d'arresto e coinvolgerà oltre alle pmi anche large cap. La scarsa liquidità ci fa pensare a un altro anno difficile, soprattutto per quelle società che hanno in un primo momento affrontato i problemi finanziari senza riorganizzarsi compiutamente anche dal punto di vista industriale» commenta Francesco Faldi, partner di Linklaters.

Lo scorso anno sono mancate soprattutto le operazioni di grandi dimensioni del 2010, come il gruppo Tassara (6,3 miliardi), il consorzio Highstreet (3,5 miliardi), Wind (3 miliardi) e Valentino (2,4 miliardi). Le maggiori ristrutturazioni dell'anno per ammontare sono state una coda dell'operazione Risanamento iniziata nel 2010 (3 miliardi) e Seat Pagine Gialle (2,7 miliardi), che non è ancora stata conclusa nonostante l'anno di gestazione. Per il resto il mercato è stato fatto da deal sotto il miliardo. «Le soluzioni di tipo industriali sono state alla base di tanti processi di ristrutturazione e lo saranno sempre più nel corso del 2012» commenta De Comite, aggiungendo: «basti pensare a Lucchini, dove azionisti e creditori hanno deciso di esplorare possibilità di partnership industriali o a Ferretti, dove il gruppo cinese Weichai è ad un passo dalla finalizzazione dell'acquisizione dell'azienda». E nel 2012 potrebbero continuare operazioni di ristrutturazione che vanno di pari passo con fusioni e acquisizioni. Diverse società, infatti, stanno considerando operazioni di M&A, che comportino sinergie dal punto di vista industriale e che allo stesso tempo creino realtà industriali più appetibili per andare sul mercato a chiedere liquidità.

La novità dell'ultimo anno sono anche soggetti nuovi che si siedono al tavolo delle trattative con azienda e banche. Il mercato italiano è ormai più maturo. Le banche, ad esempio, sono più disposte a cedere i crediti a operatori specializzati in turnaround, che non avevano trovato spazio nel 2008 e nel 2009. «Il contesto normativo, ormai sicuramente più testato rispetto a qualche anno fa, da un lato e l'attitudine di qualche banca a vendere sul secondario esposizioni di credito dall'altro, favoriranno sempre più il coinvolgimento di hedge fund o distressed investors in genere. Alcuni di questi investitori hanno importanti risorse da investire ("deep pocket investors"), anche se spesso gli obiettivi di rendimento che hanno fanno fatica a essere conciliati con gli interessi degli altri stakeholders coinvolti» conclude De Comite.

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