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Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2012 alle ore 06:42.

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ROMA
L'istruttoria sarà chiusa entro Natale. Poi eventualmente scatterà la citazione a giudizio con l'ipotesi di danno erariale nei confronti dello Stato italiano. Un danno che intanto è stato in qualche modo quantificato: ben 120 miliardi di euro, il costo delle due manovre "salva Italia" dell'estate e dell'autunno del 2011. È il conto salatissimo che la Procura della Corte dei conti del Lazio potrebbe contestare a Moody's, Standard&Poor's e Fitch, per i rapporti, giudicati «avventati», delle tre agenzie di rating diffusi tra maggio e novembre dell'anno scorso sul debito pubblico italiano.
Già a febbraio, in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, il procuratore generale del Lazio della Corte dei conti, Angelo Raffaele De Dominicis, aveva annunciato l'intenzione di avviare audizioni informali delle rappresentanze italiane delle tre agenzie di rating mettendo nel mirino i giudizi di solvibilità espressi nella bufera della crisi finanziaria. In questi mesi le audizioni si sono effettivamente svolte e l'inchiesta va avanti, seguendo in qualche modo il filone aperto dalla Procura di Trani. Niente ancora di deciso, ma secondo la Procura della Corte dei conti – secondo quanto anticipato dall'Espresso – esistono tutti i presupposti per approfondire ancora l'argomento.
«Abbiamo ancora una montagna di carte da leggere e da approfondire, anche in inglese», conferma De Dominicis. «Prima di dicembre non ce la faremo a concludere l'indagine. Solo allora decideremo come procedere», si trincera dietro il riserbo più assoluto. L'eventuale citazione in giudizio per danno erariale delle tre agenzie internazionali di rating, insomma, sarà decisa solo entro Natale. Anche se in ballo c'è ufficialmente l'ipotesi di contestare a Moody's, Standard&Poor's e Fitch il conto di due manovre che «hanno causato la recessione» in Italia. Non a caso alla Procura laziale della Corte dei conti gira l'ipotesi di una contestazione massima di danno erariale quantificata in 120 miliardi, ammette De Dominicis. «Io rappresento gli interessi e i diritti superindivuduali degli italiani», ha dichiarato ieri in un breve colloquio col Sole-24 Ore.
Parole che la dicono lunga sul solco del procedimento innescato dalla Corte dei conti, naturalmente in attesa di poter mettere tutti i tasselli dell'inchiesta al loro posto. Anche se già a febbraio la Procura laziale presso la magistratura contabile aveva espresso tutte le sue preoccupazioni sulla vicenda della crisi italiana e sul ruolo eventuale giocato dalle tre «agenzie di rating americane che hanno declassato, sul piano economico, la solvibilità dello Stato italiano in campo internazionale».
Ecco così la tesi in discussione da subito nell'inchiesta della Procura della Corte dei conti: se «non formati correttamente», i giudizi di rating sui debiti sovrani «possono costituire fonte di discredito, alimentare la confusione e influenzare negativamente i protagonisti della finanza pubblica a tutti i livelli, quindi anche a livello europeo». Col risultato di aver prodotto in Italia «una riduzione della spesa pubblica, un inasprimento della leva tributaria e una rincorsa alle privatizzazioni del patrimonio pubblico degli italiani, con gravissimi effetti recessivi e il pericolo di revival dei ben noti intrecci affaristico-malavitosi».
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