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Questo articolo è stato pubblicato il 06 febbraio 2013 alle ore 06:42.

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LONDRA. Dal nostro corrispondente
«Nel 2012 abbiamo riposizionato Bp grazie a una serie di cessioni e all'avvio di nuovi progetti. Questo getta le basi per una solida crescita nel futuro». Il presente, sembra riconoscere Bob Dudley, ceo di Bp, non è altrettanto generoso. Questo almeno suggeriscono i numeri di un anno che si chiude con utili (adjusted) a quota 17,6 miliardi di dollari contro i 21,7 dello scorso anno e un ultimo trimestre in contrazione del 20%, essendo terminato con 4 miliardi di profitto contro i 5 del 2011. Le motivazioni in quest'ultimo caso si spiegano con la cessione della partecipazione nella joint venture paritetica anglo-russa Tnk-Bp, che pesa solo per 3 settimane nei conti degli ultimi novanta giorni. Gli utili, inoltre, sono zavorrati dai costi in netta crescita, registrati sia nell'esplorazione che nella produzione di petrolio e gas.
Il quadro globale ferma l'immagine di una società che sta rapidamente cambiando pelle sotto i colpi di un programma di dismissioni, ancora non ultimato, per far fronte a multe, penali e danni innescati dalla tragedia del Golfo del Messico, quando esplose la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Se un tempo era la seconda oil major del pianeta, oggi Bp è la più piccola in termini di capitalizzazione e probabilmente la contrazione non è affatto finita. A tutt'oggi la compagnia ha ceduto asset per 38 miliardi di dollari ed è in attesa di riceverne una dozzina in cambio della vendita della quota di Tnk-Bp a Rosneft, il gruppo statale del petrolio russo nato dalle ceneri di Yukos, di cui Bp è divenuto azionista.
La liquidazione di tante partecipazioni – piccole e grandi, in tutto il mondo – non ha impedito al gruppo di Saint James Square di lanciare cinque nuovi progetti e di averne in programma altri quattro. Sono queste le basi dell'ottimismo di Bob Dudley per l'anno appena cominciato.
In realtà ci sarebbe anche da preoccuparsi. A fine mese infatti comincerà a New Orleans il processo civile per i danni creati dall'esplosione nel Golfo e questo significa che per un altro anno almeno Bp non saprà esattamente quanto dovrà pagare per indennizzare le vittime dirette e indirette. Lo scenario è reso ulteriormente incerto dalla richiesta di 34 miliardi di dollari avanzata da quattro Stati dell'area del Golfo del Messico, che fa salire a 90 miliardi il conto teorico massimo, a fronte di accantonamenti da parte di Bp che per ora ammontano a 42 miliardi. Al processo che vedrà come parti civili le autorità federali statali e i privati cittadini compariranno come correi sia Transocean, società proprietaria della piattaforma, sia Halliburton, che fornì materiale.
Lo scenario non ha comunque spaventato eccessivamente gli investitori. Grazie anche alla conferma di un dividendo di 9 cents, uguale a quello del trimestre precedente, il titolo Bp ieri in Borsa ha guadagnato il 2 per cento.
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