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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2013 alle ore 08:20.

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Nel primo commento a caldo, dopo i risultati elettorali, s'è scritto che dalle urne era uscito vincitore il partito contrario all'austerità, poiché sommando i voti del Pdl e del movimento 5 Stelle si supera il 55%. Questa lettura si rivela esatta. Poi, sull'onda dello spread e dei tassi d'interesse in netto rialzo, s'è aggiunto che la sola salvezza dell'Italia sarà il ricorso al meccanismo Salvastati (Omt). Questa considerazione è sbagliata, perché l'attivazione dell'Omt congegnato da Mario Draghi implica una più insopportabile austerità. Data la recessione destinata a mordere ancora per lunghi mesi e vista la rabbia dei cittadini, il fiscal compact non può più funzionare. Sarà irrimediabilmente sepolto fra qualche mese, quando il peggiorare delle condizioni economiche in Francia e la conseguente rabbia dei francesi si aggiungeranno all'insofferenza degli italiani e degli altri Paesi periferici. Se questo sia un bene o un male è questione irrilevante davanti alla strabordante protesta della gente. La conseguenza è che si sta aprendo una nuova e forse definitiva crisi del sistema euro nella quale non uscirà nessun vincitore. Mentre, come cittadini, si vive una profonda condizione d'impotenza, come investitori si può almeno cercare salvezza nelle attività finanziarie dei Paesi fuori dall'Eurozona.
I limiti dell'euro
I difetti strutturali dell'euro sono destinati ad esplodere quest'anno. La Bce ha tentato di tamponare gli effetti sui mercati finanziando le banche (Ltro) e congegnando l'Omt. Se il meccanismo salvastati ha funzionato come deterrente per gli investitori internazionali che, fino allo scorso luglio, scorrazzavano al ribasso su Btp e Bonos, adesso la reazione popolare alle misure d'austerità, imposte in buona parte da Berlino, renderà inefficace lo strumento dell'Omt. La Draghi put rischia di risolversi in un bluff ed è arduo immaginare cos'altro si potrà inventare la Bce per arginare il precipitare degli eventi. A decidere le sorti dell'euro è solo la Germania. Si chiederà ai tedeschi di creare più inflazione nel loro Paese per migliorare un poco la competitività in Italia, Spagna e Francia. E si farà anche pressione su Berlino affinché condivida una parte dei debiti dei Paesi periferici. Ma le possibilità che la Germania accetti qualcosa del genere sono pari a zero fino alle elezioni tedesche di settembre e quasi inesistenti successivamente. Si può anche supporre una pressione sulla Bce (o, meglio, sulla Bundesbank) nel tentativo di modificare lo statuto della banca centrale europea e renderla simile alla Fed. Ma anche in questo caso le possibilità di successo sono vicine a zero. Invece, considerando che una reazione popolare si possa manifestare anche in Germania, ovviamente di segno opposto a quella italiana, francese o spagnola, la soluzione più probabile sarebbe l'uscita volontaria del Paese (in compagnia di Olanda e Austria) dall'euro: che resterebbe la fragile valuta della Francia e delle nazioni periferiche.
Il nodo competitività
L'avvento dell'euro ha coinciso con la drastica perdita di competitività di Italia, Francia e gli altri Paesi mediterranei e con la conseguente maggiore crescita della Germania. La dinamica è nota e naturalmente non è solo colpa della valuta comune. Pesavano differenti strutture produttive e differenti relazioni industriali, ma è un fatto che la rigidità di una politica monetaria applicata ad aree così diverse, aggravata dalla mancata unione politica ed economica, abbia finito per minare la competitività dei vari Paesi. L'Italia, come dimostra uno studio di JP Morgan, ha visto negli ultimi 21 anni la crescita più lenta tra le economie avanzate, al punto da segnare il peggior andamento dai tempi della sua unificazione (1861). Un quasi analogo comportamento ha afflitto la produzione francese e la «quota di profitti aziendali rispetto al valore aggiunto è la più piccola tra i 6 maggiori Paesi europei». Inoltre, la Francia presenta un deficit delle partite correnti superiore all'Italia e un deficit pubblico che nel 2013 potrebbe essere il doppio di quello italiano. Le contraddizioni, acuite da misure di austerità che rischiano di sfociare in rivolte sociali, sono destinate ad esplodere nei prossimi mesi. Su queste pagine s'è spesso criticato l'atteggiamento euroscettico degli americani. Ma dopo le elezioni italiane, le cose hanno preso una ben diversa piega anche in Europa e non suonano più così provocatorie le conclusioni di JPM: «È probabile che alcune aree dell'Europa stiano percorrendo un lungo e doloroso viaggio per scoprire che la valuta comune ha più costi che benefici nel lungo periodo».
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INDICI
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Indici Usa alle 21.00
FOCUS
Cresce la disoccupazione
La disoccupazione in Italia ha raggiunto l'11,7% (38,7% quella giovanile) ed è cresciuta in tutta l'Eurozona, tranne in Germania dove è scesa al 7,9%.
Il declino produttivo italiano
La produzione industriale è in calo anche a gennaio e l'indice Pmi (Markit) è sceso a 45,8 in febbraio. Il declino italiano s'è accentuato nei primi anni del 2000
Germania sfiorata dalla crisi
La produzione industriale in Germania ha subito solo una lieve flessione nel 2012. Ma, da inizio 2000, è in forte crescita grazie alla maggior competitività

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