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Questo articolo è stato pubblicato il 03 giugno 2013 alle ore 06:43.

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Alberto Ronchetti
Quest'anno maggio in Borsa non è stato un mese da vendere per andare in vacanza (come indica il vecchio detto di Wall Street, Sell in may and go away), perchè – malgrado le ultime importanti correzioni – si è confermata la buona condizione dei listini, che ormai prosegue da tempo e probabilmente proseguirà – al di là di rapide correzioni – anche nel secondo semestre. Anche se certo non con la forza che abbiamo visto da inizio anno.
Negli ultimi sei mesi, per capirci, il Nikkei giapponese ha messo a segno un rialzo superiore al 50% (considerando i ribassi dell'ultima ottava), mentre rispetto a un anno fa è in rialzo di quasi il 70 per cento.
Sempre da inizio dello scorso dicembre l'S&P 500 è in rialzo di oltre il 17%, mentre il Ftse Mib cresce del 10 per cento. Insomma, il trend è decisamente positivo e, al momento, tale sembra destinato a rimanere. Anche se rallentato, perchè probabilmente crescerà la volatilità.
Le cadute sono più che possibili, dopo mesi così sfavillanti, ma ciò che conta è la rapida ricucitura degli strappi ribassisti e soprattutto il fatto che, almeno fino a questo momento, continuano le politiche espansive – i quantitative easing, sotto diversa forma – delle Banche centrali americana, europea e giapponese.
Un allentamento quantitativo dell'offerta monetaria, attraverso l'acquisto di titoli da parte degli istituti di emissione, certamente non può sostituire strutturalmente una ripresa economica che stenta. Ma è comunque un buon freno a cadute catastrofiche dei mercati.
Il problema è capire fin quando le Banche centrali continueranno in questa politica. Nei giorni scorsi anche solo l'accenno al fatto che la Fed potrebbe presto ripensare le politiche di espansione monetaria ha spaventato gli operatori.
Ma, in ogni caso, l'equity è ancora la scelta più appetibile per gli investitori. Infatti, con i tassi reali sostanzialmente pari a zero o addirittura negativi, nè la liquidità nè i bond offrono – in termini di rischio-rendimento – un'alternativa appetibile. Anzi, l'unica certezza che al momento queste asset class offrono è quella di una probabile perdita reale in conto capitale.
Allora diventa quasi obbligatorio puntare sull'azionario. Anche le correzioni di questi giorni – e quelle possibili nei prossimi 2-4 mesi, perchè è usuale immaginare un consolidamento nella parte centrale dell'anno (statisticamente la più difficile per le Borse)– vanno quindi viste come opportunità di acquisto.
Quindi è possibile immaginare che – a meno di peggioramenti drammatici dei dati macro, in particolare occupazione e fiducia dei consumatori – dopo l'estate possa riprendere un trend rialzista. Non a caso, giusto per fare un esempio, gli analisti di Goldman Sachs hanno rivisto al rialzo gli obiettivi dell'S&P 500 per fine anno, portando il target da 1.625 a 1.750 punti. Le ragioni dell'ottimismo stanno nelle previsioni di crescita dei dividendi e di miglioramento dello scenario macro statunitense.
Secondo la banca d'affari la quota di profitti distribuita agli azionisti attraverso le cedole dovrebbe crescere del 30% fra quest'anno e il 2015, mentre nel 2014 la crescita del Pil americano tornerà sopra la media degli ultimi anni, ponendo fine a un quinquennio di debolezza strutturale dell'economia.
Così l'S&p 500, cioè il benchmark guida della "Corporate America", sempre secondo Goldman Sachs, dovrebbe scalare quota 1.900 nel 2014 per poi spingersi verso i 2.100 punti nel 2015.
Più problematica la situazione macroeconomica in Europa, dove Jp Morgan asset management si aspetta una lieve recessione nel 2013, con «un declino del Pil reale attorno allo 0,5% e una inflazione stabile al 2% circa, mentre nel 2014 la crescita potrebbe arrivare all'1,5%». Tuttavia, secondo la casa di investimento, per i prossimi mesi sono da preferire i listini americano, europei (esclusa l'Inghilterra, che ha una indicazione di sottopeso) e giapponese.
Considerazioni simili a quelle di Credit Suisse che, in una impostazione globalmente favorevole all'azionario anche per i prossimi 6-12 mesi, ha una visione particolarmente positiva su Stati Uniti, Germania e Giappone («le recenti flessioni del Nikkei sembrano generate da prese di beneficio, quindi eventuali effetti negativi saranno temporanei»). Questo perchè, spiega Michael O'Sullivan, responsabile portfolio strategy di Credit Suisse, «a livello regionale preferiamo i mercati dove le Banche centrali forniscono un notevole sostegno (Usa e Giappone) a quelli dove le Banche centrali sono forse più limitate in termini di opzioni disponibili (Eurolandia)».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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