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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2013 alle ore 17:02.

La nuova crisi di Governo rischia di avere effetti negativi profondi sulla condizione economico-finanziaria del Paese. Il pericolo della nuova fase di instabilità viene dalla reazione degli investitori esteri alla crisi politica italiana. Gli stranieri, attoniti una volta di più davanti ai dai capricci italiani, potrebbero innescare una nuova fuga di capitali dall'Italia.
Già nell'ultima fase della crisi profonda che ha attraversato l'Italia dal 2011 al 2012, con lo spread impazzito a sfiorare i 600 punti, la fuga dei capitali era stata ingente. Il fondo monetario internazionale ha stimato che in quell'arco di tempo uscirono dal nostro Paese capitali per 235 miliardi di euro, il 15% del Pil. Via dai titoli di Stato, via dagli investimenti diretti sul Paese. Italia in vendita quindi, dati i troppi rischi che si intravedevano dall'estero. Ora dopo la relativa calma del governo delle larghe intese, il nuovo scossone rischia di riaprire il capitolo dell'esodo estero.
Una fuga di capitali allontanamento dall'Italia che avrebbe effetti collaterali profondi. Costringerebbe cioè le banche italiane a intervenire a soccorso del debito pubblico. Un copione già visto dato che il debito pubblico in mano straniera è sceso drasticamente da livelli vicini al 50% a livelli che ora superano di poco il 30%. Le statistiche di Banca d'Italia mostrano infatti che gli stranieri possedevano a fine giugno 2013, 674 miliardi di titoli del debito italiano. Debito che a quella data è salito a 2.075 miliardi. Come si vede siamo a quota 30%. Prima della grande crisi italiana, gli stranieri erano arrivati a detenere quasi 800 miliardi di titoli su un debito però assai più basso poco sopra i 1.700 miliardi.
L'impennata dello spread cui abbiamo assistito tra il 2011 e il 2012 era da ascrivere in parte alla vendite di BTp da parte degli investitori esteri. L'unico antidoto o meglio la barriera al fiume di vendite è stata messa proprio dalle banche italiane che hanno usato gran parte dei 250 miliardi di liquidità remunerata all'1%, messi a disposizione da Draghi a cavallo tra il 2011 e il 2012 per comprare i titoli di Stato rigettati dagli investitori esteri. Basta vedere la dinamica dei portafogli bancari. A fine 2011 i titoli del Tesoro in pancia alle banche italiane ammontavano a 209 miliardi. A luglio del 2013 la quota è radoppiata a 397 miliardi.
Di fatto gli istituti di credito hanno fatto da tampone alla fuga straniera dal nostro debito. Ma questo, se ha calmierato lo spread ha avuto pesanti effetti collaterali: più le banche si riempiono di titoli di Stato, meno hanno spazio nei bilanci per fare credito a imprese e famiglie, cosa puntualmente avvenuta con un calo di oltre 40 miliardi negli impieghi all'economia reale. E poi più le banche diventano una proxy del debito italiano, più il circolo vizioso, crisi del paese-crisi delle sue banche, si avvita.
E se da da domani gli stranieri dovessero tornare a vendere Italia e gli spread tornassero a salire, ecco che per le banche ci si dovrà aspettare una nuova crisi dei portafogli. Quei titoli con i rendimenti in rialzo comincerebbero a perdere di valore, minando ancora una volta la stabilità dei conti economici delle banche. Ed ecco il circolo vizioso che la nuova crisi di stabilità può reinnescare nell'immediato futuro.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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