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Questo articolo è stato pubblicato il 24 luglio 2014 alle ore 08:00.

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Indifferente alla caduta dei prezzi del minerale di ferro, che si sono ridotti del 30% quest'anno, Bhp Billiton ha continuato ad espandere la produzione a ritmi che superano persino le sue stesse – già rosee – previsioni. Nel trimestre fino a giugno il gigante minerario anglo-australiano ha estratto 56,6 milioni di tonnellate, con un incremento del 19% rispetto a un anno prima, mentre per l'intero anno fiscale, che si è appena concluso, l'output è stato di 225 milioni di tonnellate.

Solo tre mesi fa Bhp aveva indicato un target di 217 milioni, rivedendo per la seconda volta la stima, che in origine era di 207 milioni. Le operazioni nel Pilbara, la regione del Western Australia da cui proviene la maggior parte del minerale di ferro, procedono spedite come un treno e la miniera Jimblebar è entrata in produzione prima del previsto. Neanche in futuro sono previsti rallentamenti, nonostante il ceo Andrew Mackenzie assicuri che Bhp «resterà focalizzata sul valore piuttosto che sui volumi»: nel 2014-2015 il gruppo salirà a 245 milioni di tonnellate di minerale di ferro.

Ritmi di crescita da primato aveva annunciato pochi giorni fa anche il principale concorrente di Bhp, Rio Tinto, con 139,5 milioni di tonnellate estratte nei primi sei mesi dell'anno (+10%) e una conferma di arrivare a 295 milioni nell'anno, contro i 266 del 2013.

La Cina – cliente fondamentale, che fagocita oltre la metà della produzione dei big – finora non ha deluso: nel primo semestre ha importato 457 milioni di tonnellate di minerale di ferro (+19%) e in giugno la sua produzione di acciaio è salita a 69,3 milioni di tonnellate di acciaio (+4,9%). Sul mercato, tuttavia, i campanelli di allarme si stanno moltiplicando.

La crisi dell'industria siderurgica cinese, oppressa da forti perdite di bilancio e crescenti difficoltà nell'ottenere credito, è sempre più profonda e Pechino non sembra più disposta a tollerare il salvataggio a ogni costo delle imprese al collasso da parte delle autorità locali. Reuters riferiva ieri che la Xingming Steel Pipe – che produce 100 milioni di tonnellate l'anno di prodotti siderurgicia Tangshan, nella provincia di Hebei – è stata costretta a chiudere, dopo che da mesi non pagava fornitori e dipendenti.

Il governatore della stessa provincia, Zhang Qingwei, in marzo aveva detto che almeno 16 acciaierie erano fallite. Le cose non vanno meglio in altre aree del Paese: secondo la stampa locale sono senza stipendio da cinque mesi anche gli operai dello Xilin Iron and Steel Group, nella provincia Heilongjiang, e ha chiuso definitivamente la Highsee Steel nello Shanxi.

Ancora non è chiaro se e quando la situazione potrà avere dei riflessi sulla domanda di minerale di ferro. Un'eventuale contrazione non farà comunque che accrescere l'eccesso di offerta che si sta già formando sul mercato, proprio a causa dei piani di sviluppo di Bhp e Rio.

Le due società non appaiono preoccupate. Ciò che sta accadendo sembra anzi essere il frutto di una strategia deliberata: gonfiando i volumi hanno accettato il rischio di deprimere i prezzi, ma grazie alle economie di scala hanno anche ridotto all'osso i costi di produzione. A pagarne le spese, venendo espulsi dal mercato, saranno eventualmente i concorrenti più piccoli e meno efficienti.

Di fatto una sorta di dumping, che sta iniziando a manifestare i suoi effetti. Una tonnellata di minerale di ferro costa appena 45 $ a Bhp e 43 $ a Rio, contro i 72 $ del terzo produttore australiano, Fortescue Minerals. Molti altri già da tempo operano in perdita: sul mercato spot il prezzo della commodity è sceso fino a 89 $/tonn in giugno – il minimo da 21 mesi – e ora vale 95,4 $.

Twitter: @SissiBellomo

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