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Questo articolo è stato pubblicato il 23 novembre 2014 alle ore 14:48.

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L'appuntamento, o meglio gli appuntamenti, sono entrambi per oggi alle 16, al circolo ricreativo Le Piramidi di Asciano e alla sala Ex Macelli di Montepulciano: da una parte i soci di BancAsciano, dall'altra quelli della Bcc di Montepulciano, saranno chiamati a esprimersi per la fusione tra le due banche. Salvo sorprese, matrimonio sarà.

Con annesso battesimo di una nuova banca che – senza fare torti a nessuno – si chiamerà Credito cooperativo di Montepulciano e Asciano, con sede operativa nell'uno e sede legale nell'altro.
Anche nel credito cooperativo la grande macchina delle aggregazioni ha iniziato a mettersi in moto. Un po' per necessità, un po' per virtù. Perché se è vero che «la prossimità rimane il nostro tratto distintivo», come ricorda il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, è altrettanto vero che la ripresa che stenta e l'unione bancaria, con l'alluvione di novità normative che ha travolto istituti grandi e piccoli chiedono riforme. Non più di qualche settimana fa il governatore Ignazio Visco ha ricordato che «le operazioni di concentrazione possono facilitare i progressi» delle banche, sottolineando che la terapia vale anche «per le banche di media e piccola dimensione non coinvolte nell'esercizio di valutazione» condotto da Bce ed Eba. Un esercizio da cui il credito cooperativo italiano è uscito più che bene, vista la promozione a pieni voti di Iccrea holding, la banca di sistema delle Bcc, tuttavia, non c'è dubbio che il governatore – parlando di aggregazioni – pensasse anche alle Bcc.

Il sistema ha bisogno di una razionalizzazione «sul presidio territoriale, sul piano organizzativo e dei costi», ha detto Azzi l'altroieri all'assemblea annuale di Federcasse. Invitando gli associati a «essere più coraggiosi e determinati nel dismettere o riconvertire le filiali improduttive». La priorità, dunque, è rafforzare. In un processo, ha aggiunto Azzi davanti ai rappresentanti di tutte le Bcc, che «porterà a un numero inferiore di banche e dimensionalmente più robuste. Ma questo processo, in certi casi necessario, non intendiamo nè subirlo nè forzarlo».
Intanto, però, qualcosa si muove: il piano più ambizioso è quello del Trentino, dove la federazione locale guidata da Diego Schelfi ha messo a punto un piano che punta a condensare in soli 23 istituti le attuali 43 banche (con 320 sportelli in totale), praticamente una per ogni vallata. Un piano analogo, per ora sottotraccia, vede coinvolto il vicino Veneto (33 banche, 671 filiali) e più in giù l'Umbria, dove ci si attende che riprenda quota un progetto di cui si parla da anni, vale a dire il matrimonio a tre fra il Credito cooperativo umbro, Crediumbria e le Bcc di Spello e Bettona. Poco lontano, è storia recentissima l'accordo tra la Bcc di Roma e Tuscia Credito Cooperativo: domenica 10 novembre 7.500 soci dell'istituto con sede nella capitale, il più grande dentro al sistema del credito cooperativo, hanno benedetto l'ennesima aggregazione, «un'opzione – come ha sottolineato il presidente, Francesco Liberati – da sviluppare per rispondere alle nuove sfide operative e di mercato che le piccole banche da sole non possono sostenere».

Certo, le aggregazioni sono spesso più facili a parole che nei fatti, come dimostra per esempio l'acceso dibattito che nelle settimane scorse ha accolto la proposta di un deputato abruzzese, Paolo Tancredi, di avvicinare le cinque Bcc del Teramano. Anche se, prima o poi, la logica dell'efficienza supera quella del campanile, come dimostra il percorso – non facile – imboccato nella Bergamasca, che in primavera potrebbe assistere al doppio matrimonio tra la Banca di Zanica e quella di Bariano e Cologno al Serio, e poi tra la Bcc di Sorisole-Lepreno e quella della Val Seriana. Plausibile, d'altronde, ragionare di razionalizzazione dell'assetto in una provincia, appunto quella di Bergamo, che vede la sede di 9 Bcc, la presenza di altre cinque e 142 sportelli in tutto.

Tanti, forse troppi. A maggior ragione in un periodo in cui per le banche i costi sono osservati speciali, i presìdi vanno rafforzati e non sono ammessi errori di alcun tipo - come dimostrano i provvedimenti di amministrazione straordinaria che hanno riguardato alcune Bcc (anche se due di queste, la Bcc di Alberobello e quella del Veneziano, sono tornate in bonis nelle scorse settimane). Di qui, appunto, la strada dell'aggregazione. Ma fino a che punto? L'impressione, stando agli addetti ai lavori, è che dalle 381 Bcc attive a fine 2013 si potrà scendere a 300, 250 al massimo. Di più, no. Anche perché «il nostro modello di riferimento – conclude Azzi – è quello tedesco, dove le banche cooperative sono 1.100, hanno dimensioni analoghe alle nostre e non c'è alcun progetto di particolari aggregazioni». Perché, ricorda Azzi, più della quantità conta la qualità: «È soprattutto così che si garantisce efficienza».

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