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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2015 alle ore 07:21.

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Nella guerra dei prezzi scatenata dai grandi produttori di minerale di ferro la Cina non è più spettatore neutrale. Di fronte alle difficoltà delle miniere locali - che per tre quarti, secondo le associazioni di settore, stanno operando in perdita - Pechino ha concesso uno sconto del 60% sulle imposte a partire dal 1° maggio: un intervento che rischia di aggravare il surplus di offerta della materia prima dell’acciaio, accentuando le pressioni su un mercato già colpito da ribassi ancora più pesanti di quelli subiti dal petrolio.

Dopo un crollo del 47% nel 2014, il prezzo del minerale di ferro quest’anno è sceso di un altro 25%, e rimane sotto 50 dollari per tonnellata, dopo aver toccato un minimo di 47,08 $ il 2 aprile sul mercato spot cinese. Si tratta del valore più basso dal 2005, in base alle serie storiche del Metal Bulletin e di Clarkson.

Convinti che la fame delle acciaierie cinesi fosse insaziabile, i quattro maggiori produttori mondiali - Rio Tinto, Bhp Billiton, Vale e Fortescue Metals- negli ultimi due anni hanno aumentato le forniture di 234 milioni di tonnellate, cinque volte i consumi degli Usa, ed entro il 2020 promettono di aggiungere altre 196 milioni di tonn. Poco prima dell’annuncio degli sgravi fiscali in Cina Morgan Stanley stimava che sui mercati di esportazione ci fosse un surplus di offerta tra 50 e 200 milioni di tonn, nonostante abbiano già chiuso i battenti miniere capaci di produrre 210 milioni di tonnellate di minerale di ferro.

Dirigenti di Rio e Bhp hanno dichiarato di recente che nel 2015 saranno espulse dal mercato 85 milioni di tonn. di produzione cinese. Avevano fatto i conti senza l’oste.

L’industria siderurgica cinese è stata senz’altro avvantaggiata dalla discesa del prezzo del minerale di ferro, che nel 2011 si era spinto fino al record di 190 $/tonn. Ma di fronte alla sofferenza delle imprese estrattive locali e alla prospettiva di un ritorno dello strapotere dei big del minerale di ferro, Pechino si è stancata di stare a guardare.

Adesso saranno altri produttori a doversi fare da parte. E probabilmente bisognerà che i prezzi scendano ulteriormente, perché i costi di produzione più alti (prima che il governo arrivasse in soccorso) erano quelli cinesi.

Gravi difficoltà stanno comunque investendo anche altre società, di dimension medio-piccole. Due giorni fa l’australiana Atlas Iron si è fatta sospendere in borsa in attesa di studiare un piano di salvataggio e la canadese Labrador Iron Mines è in amministrazione controllata.

Anche il governo australiano sta tremando. Il minerale di ferro rappresenta un terzo delle esportazioni del paese e solo in marzo ha fruttato 6,2 miliardi di $ in meno secondo Morgan Stanley, pari allo 0,5% delle entrate complessive. «Si tratta di una grande sfida per il nostro bilancio», ha ammesso il Tesoriere Joe Hockey, che il 12 maggio dovrà presentare la finanziaria. Le agenzie di rating hanno già prefigurato il rischio che Canberra perda la tripla A.

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