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Questo articolo è stato pubblicato il 27 aprile 2011 alle ore 06:47.

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MILANO
Tra sentenze e norme, a 10 anni dal debutto la responsabilità delle società per reati commessi dai dipendenti non ha perso nulla della forza propulsiva. Anzi. Introdotte nel 2001 recependo quanto previsto dalla convenzione internazionale contro la corruzione, le sanzioni alle imprese, quando abbiano tratto vantaggio o avuto interesse alla commissione di un illecito da parte di un proprio dipendente, hanno dapprima ribaltato uno degli assunti del nostro sistema giuridico, per cui un ente non poteva essere considerato autore di un reato, e poi si sono trasformate in una delle armi principali a disposizione delle procure.
Anche perché all'originaria lista dei reati presupposto, quelli che danno luogo appunto alla chiamata in causa dell'ente, incentrata sulle violazioni alla correttezza delle relazioni tra società e pubblica amministrazione (dalla corruzione alla truffa ai danni dello Stato), si sono aggiunti illeciti contigui, come parte del diritto penale dell'economia, è il caso dei reati societari o finanziari, per poi procedere a un allargamento inarrestabile a fattispecie diverse.
Si è così via via estesa la responsabilità ai delitti contro la personalità individuale, dalla prostituzione alla pornografia minorile, alle violazioni in materia di diritto d'autore, ai reati transanazionali e al riciclaggio. Da ultimo, chiudendo in qualche modo il cerchio aperto 10 anni fa, si è prevista questa forma di responsabilità per la violazione delle più gravi norme a presidio della sicurezza del lavoro e, da pochi giorni, il Consiglio dei ministri ha approvato e messo all'attenzione del Parlamento un decreto legislativo che mette in campo l'arsenale del decreto 231 contro i reati ambientali. Un intervento quest'ultimo anch'esso deciso per recepire direttive comunitarie, ma che riporta gli orologi a dieci anni fa quando nella versione primigenia, poi emendata, i reati ambientali e anche quelli sul lavoro erano stati inseriti.
A questo ormai sempre più consistente pacchetto di norme fa da contraltare una magistratura sempre più attenta e, in certa misura, anche creativa. Basti pensare al perimetro dei soggetti interessati che è stato gradualmente, anche questo, esteso. Solo nelle ultime settimane, il tribunale di Milano ha considerato, per la prima volta, sanzionabile una onlus ai sensi del decreto 231, e, soprattutto, con una sentenza depositata la settimana scorsa, la Cassazione ha considerato, sovvertendo il suo precedente orientamento, che anche le imprese individuali possono essere colpite. Ma i giudici si sono esercitati mano mano nel chiarire la portata delle sanzioni interdittive, delle forme di responsabilità attribuibili ai manager, sulle caratteristiche dei modelli organizzativi che, se adottati correttamente, possono mettere al sicuro le imprese da contestazione.

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