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Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2011 alle ore 08:18.

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Viviamo nella "società della conoscenza", nella quale la forma prevalente di lavoro dovrebbe essere quella che produce servizi, a maggior ragione quella che produce idee e sapere. Ma poche cose sono più incerte della condizione, e del destino, di coloro che nel Ventesimo secolo si chiamavano "intellettuali", e che oggi si tende a chiamare knowledge workers. Non inganniamoci: è vero che nel nostro Paese la questione assume dimensioni particolarmente drammatiche, sovrapponendosi a un più generale fenomeno di disoccupazione giovanile. Ma l'incertezza della condizione e del destino dei produttori di conoscenza sono una realtà trasversale all'intero mondo sviluppato, e non da oggi. «Era il 1998. Mark, Sasha e i loro amici avevano i seguenti lavori: traduttore, assistente in una galleria d'arte, aiuto correttore di bozze presso il "New York Times", stagista presso una società che produceva siti internet, impiegato in una banca d'investimento, stagista, stagista, stagista" si legge in un romanzo dell'americano Keith Gessen.
Ci sono molti motivi dietro a questo processo di marginalizzazione e impoverimento, non ultimo l'emergere da qualche decennio di forme diffuse di anti-intellettualismo e la debolezza contrattuale dei lavoratori della conoscenza. Ma una domanda particolarmente delicata è: che ruolo ha la rete? Questa grande macchina, largamente esaltata come il massimo strumento di circolazione della conoscenza, o addirittura di "intelligenza collettiva" sta rendendo obsoleto il ruolo di chi per mestiere produce cultura? L'interrogativo può apparire paradossale: proprio la rete, con l'accesso che garantisce a un patrimonio enorme di sapere e con l'offerta gratuita di programmi che rendono facili azioni un tempo riservate agli specialisti, sta contribuendo a minare alla fondamenta quel modello di professione che è stato nell'ultimo secolo alla base dell'idea di intellettuale?
Sul piano materiale, il volontariato di cui è un esempio straordinario Wikipedia sta svuotando la domanda di mansioni magari non invidiabili (pochi ricordano che proprio il collaboratore di enciclopedia era fino agli anni Ottanta l'esempio classico di "co.co.co"), ma che hanno costituito per molti una tappa della propria formazione professionale. E l'abitudine alla gratuità dell'accesso alle più varie forme di conoscenza indebolisce, oltre le grandi imprese vissute per secoli sul copyright, anche molte funzioni lavorative legate alle filiere di circolazione del libro, della musica, dei grandi patrimoni informativi. La lunga e in larga parte pretestuosa battaglia su rete e diritti d'autore rischia di offuscare questi processi. Sul piano simbolico, non è un caso che la parola stessa "intellettuale" sia oggi accolta con fastidio da coloro stessi che ne sono nei fatti i continuatori. I "chierici" si sono legittimati a lungo soprattutto come figure d'intermediazione, e la rete esibisce tra i propri massimi meriti proprio quello di saper superare gli intermediari, e nello specifico di saper trasformare in informazione direttamente trasmettibile ogni forma di sapere. Succede così (e certo non per motivi legati solo alla rete) che un numero crescente di persone che non riescono letteralmente a vivere senza cultura non sanno come poter fare della cultura una fonte di sopravvivenza. Ma può davvero una "società della conoscenza", in nome magari della democrazia dell'accesso, fare a meno di chi alla produzione e circolazione della conoscenza si dedica per vocazione e per professione?
Peppino Ortoleva è ordinario di Storia e teoria dei media all'Università di Torino
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