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Questo articolo è stato pubblicato il 16 giugno 2013 alle ore 08:26.

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Sarebbe bello una mattina alzarsi e scoprire che le nostre startup sono state finora ampiamente sottovalutate. Non come fenomeno imprenditoriale, quello è certo, ma come aziende. Un rapporto di American Appraisal, una società di valutazione indipendente, ha messo a confronto i multipli (senza però tener conto di tasse, svalutazioni e ammortamenti) delle società americane ed europee. E ha scoperto che tenendo conto dei diversi tassi di crescita non ci sarebbe poi grande differenza in termini di appetibilità.
Anzi, Mike Weaver, managing director di American Appraisal si spinge oltre sostenendo che le differenze minime tra le due valutazioni potrebbero rendere le aziende del nostro Vecchio continente più appetibili agli occhi degli investitori a stelle e strisce. Certo, da qui a immaginare un impatto positivo per il nostro nascente mercato di startup il passo è lungo. Tuttavia, a sei mesi dall'entrata in vigore del decreto sviluppo che per la prima volta ha riconosciuto l'importanza delle imprese innovative per la crescita del Paese e adottato normative specifiche a supporto delle startup, si possono già esprimere alcune riflessioni. La prima però è una constatazione quantitativa. Le startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro imprese sono a oggi più di ottocento. Non sono molte, ma c'è da dire che i criteri introdotti dalla nuova normativa sono un po' stringenti e comunque non contemplano le startup costituite da più di 48 mesi. Ancora più interessante è una ricerca condotta da Italia Startup (l'associazione no profit che vuole rappresentare l'ecosistema dello startup) e Human Highway sulla propensione all'imprenditorialità. Lo studio che verrà presentato per la prima volta domani nella sede del Sole 24 Ore di Milano in occasione dell'evento la Fiera delle startup, si è posto e ha posto una giusta domanda: «Quante persone, se potessero disporre di una quantità di denaro significativa – ma non esorbitante – sceglierebbero di lanciarsi in un'attività imprenditoriale?». Il risultato di questa analisi indica un potenziale di nuovi imprenditori stimabile attorno alle 300mila unità. Sono lo 1,1% della popolazione rappresentata nella ricerca. Persone che – recita la ricerca – «di fronte all'inattesa disponibilità economica di 200mila euro, dichiarano di voler cogliere l'occasione per lanciare la propria attività imprenditoriale. Parlano di un'idea più concreta di un sogno: sanno spiegare di cosa si tratta, di voler investire più di metà della somma e di avere già maturato il progetto con una certa convinzione e precisione». Da idea romantica lo "startappismo" sembrerebbe ora considerato una opzione concreta. O quantomeno è vissuto come tale. La strada però, non bisogna mai stancarsi di ripeterlo, resta ancora lunga, tortuosa e irta di ostacoli. Dal punto di vista normativo, commenta Federico Barilli, segretario generale di Italia Startup, «le priorità sono tre: l'approvazione del regolamento per lo sgravio fiscale di chi investe in nuove imprese innovative, l'approvazione del regolamento sul crowdfunding e la messa a punto di un provvedimento che riguarda il cosiddetto fondo dei fondi, cioè un fondo di garanzia pubblico che copra parzialmente il rischio di chi investe in startup. I primi due sono a completamento della normativa approvata dal precedente Governo, mentre il terzo è un provvedimento fondamentale diffuso e utilizzato in altri Paesi evoluti, che non ha ancora visto la luce nel nostro ordinamento».
Si potrebbe anche allargare il perimetro della definizione di startup, un po' troppo stringente, e magari anche rivedere in alcuni punti il regolamento per il crowdfunding. Sarebbe bello che tutto questo accadesse velocemente. Gli startuppers, loro, sono cambiati, concreti e pronti. Il tempo del sonno e dei sognatori è finito.
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