Milano-Il nuovo presidente della Conferenza delle Regioni sarà eletto tra fine aprile e i primi di maggio. Dopo cinque anni di centrosinistra, con Vasco Errani (Pd), governatore dell'Emilia Romagna, ora sembra arrivato il momento di Roberto Formigoni (Pdl). Lui nega. Anche Romano Colozzi, assessore alle Finanze della Regione Lombardia e coordinatore delle finanze della conferenza delle Regioni da dieci anni («Penso di essere l'unico con il 100% di presenze») non dà nomi, ma racconta gli snodi fondamentali che dovrà sciogliere il nuovo "parlamento" dei governatori. A partire da federalismo fiscale e della sanità.

Dunque sarà Roberto Formigoni il nuovo presidente?
Lui stesso ha già detto che al momento non c'è alcuna candidatura sul tavolo. Per arrivare a una decisione dovremo ragionare insieme. Fino a oggi la scelta è stata fatta all'unanimità. Soprattutto dovremo riflettere sul valore enorme di questo luogo, spesso nominato, ma poco conosciuto, che è riuscito a tenere insieme realtà con caratteristiche ed esigenze contrapposte. Una situazione quasi inconcepibile.

Soprattutto se confrontata con la politica nazionale, com'è possibile?
La natura della Conferenza è improntata sulla correttezza istituzionale. Usiamo un metodo di lavoro che non nasconde le differenze politiche, ma ha come scopo il raggiungimento di un punto comune di sintesi per interlocuire con il governo. Le Regioni si sono dotate di questo strumento anche per tutelare le competenze che la Costituzione assegna loro, evitando intromissioni. In questo modo siamo riusciti a dialogare prima con il governo Prodi poi con Berlusconi. Abbiamo raggiunto accordi importanti sugli ammortizzatori sociali e federalismo fiscale, nonostante posizioni davvero distanti.

Sul federalismo fiscale, rilanciato dal ministro Maroni in un'intervista al Sole 24 Ore, resta moltissimo da fare.

La legge delega è passata per i tavoli tecnici, ora manca l'approvazione dei decreti legislativi e attuativi. Coinvolge anche province e comuni, il che complica le cose. Il nodo fondamentale, forse il più difficile che dovrà affrontare la nuova legislatura della Conferenza, sarà la sceltra tra il modello impostato sulle Regioni - come chiedevamo noi - e quello incentrato sul finanziamento dell'attività amministrativa. Su questo il testo della legge delega è rimasto ambiguo cercando il compromesso. Ora è il momento delle scelte e potrebbero esserci forti contraccolpi. Mi aspetto i decreti prima dell'estate e mi auspico che non implichino ulteriori passaggi. O uno dei due livelli non verrà finanziato, oppure il finanziamento dei comuni passerà attraverso le regioni.

Il federalismo della sanità a che punto è?

Abbiamo sottoscritto il patto per la salute che dura tre anni e, salvo contestazioni dei nuovi governatori, dovrebbe restare. Le risorse sono già definite, si tratta di gestirlo. Il punto critico sarà, sempre nella prospettiva del federalismo, il passaggio dalla spesa storica ai costi standard delle prestazioni (nella gestione dei bilanci regionali legati alla sanità, ndr). La sanità vale circa l'80% dei bilanci locali, dunque è un tema spinoso.

Sul fronte politico, la Lega si presenterà alla Conferenza delle regioni con due governatori di peso, come cambieranno gli equilibri?

Porteranno la rappresentanza della loro parte politica e della loro Regione, con la loro cultura. L'accordo sul federalismo fiscale lo abbiamo raggiunto con il ministro Roberto Calderoli, tanto per fare un esempio, dunque non sono preoccupato dai rapporti con la Lega.

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