Molto bizzarre le ultime 24 ore a Cannes. Tra arrabbiature e momenti di commozione, la Costa Azzurra è stata investita da due colpi di scena. Il primo, non troppo imprevedibile, è stata l'assenza dell'ottantenne Jean-Luc Godard. Il padre della nouvelle vague, che qui ha portato Film Socialisme, un viaggio tra l'assurdo e l'antropologicamente scorretto su una nave da crociera. Non una storia, ma una valangia di cinema che rinuncia ad ogni schema grazie a un montaggio irregolare e in più formati visivi di immagini e parole. Cartelli incomprensibili segnano le tappe del viaggio, tra giochi di parole - bello quello "Hell as" che precede una scena di guerra greca - e citazioni. Incomprensibile per scelta, sperimentale per vocazione, sembra però sempre più schiavo del suo ruolo di maestro e grande innovatore, sempre con l'esigenza e la licenza di stupire. Tanto da rinunciare alla kermesse sostenendo di "avere un problema di tipo greco", frase che ormai è già diventato lo spiritoso mantra dei festivalieri.

Come Nanni Moretti o Mina (che è presente nella colonna sonora del film), l'autore sa bene che la gestione dell'immagine nella società dello spettacolo passa per assenze che facciano chiasso e che ti impongano all'attenzione di tutti. E lo è, davvero, quella decisamente non voluta e dolorosa del giurato Jafar Panahi, il regista iraniano in carcere da mesi. Cannes lo aveva invitato in giuria come gesto simbolico e oggi, alla presentazione di "Copie Conforme" di Abbas Kiarostami (molto criticato dal giornale Liberation e da molti addetti ai lavori per le sue posizioni moderate- ndr), è stata investita da una notizia drammatica: in carcere il cineasta, già Leone d'oro a Venezia, ha iniziato lo sciopero della fame. Apprensione e preoccupazione, nella piccola sala degli incontri con la stampa, si toccavano con mano, Juliette Binoche non ha trattenuto le lacrime, un'inviata iraniana è apparsa molto provata. E Kiarostami, che peraltro ancora risiede nel paese natale, ha ribadito con forza la sua richiesta di liberare il regista.

"La libertà d'espressione è un valore fondamentale - ha sottolineato, accorato e determinato - ma quello che sconvolge ancora di più è che qui non solo fare cinema viene considerato un crimine, ma il reato sarebbe ascrivibile a un'opera neanche iniziata". Performance decisamente migliore quella del cineasta in conferenza stampa, rispetto a quella in sala. Il film Copia conforme (dal 19 maggio in sala per Bim), infatti, ha subito proteste vivaci e chiassose a fine proiezione. E in effetti il lungometraggio ambientato in Toscana, coproduzione franco-italiana con Juliette Binoche e William Shimell, risulta ostico e ben poco riuscito. La storia d'amore tra i due, che vorrebbe essere esemplare e archetipica, è infatti il centro di un'opera pretenziosa che gioca con il concetto di vero e falso con leziosa inefficacia. E ormai c'è chi, fuori dalla sala, comincia a scherzare su una possibile maledizione che potrebbe aver colpito il concorso. Grandi maestri e cineasti emergenti sembrano continuare a dare il loro peggio e così il pubblico e i critici cercano vie alternative alla visione.

E domani, anche se solo per pochi eletti, sarà il giorno di Ken Loach. Sarà protagonista, il "ritardatario" (la sua presenza è stata annunciata a ridosso del festival), di una tre giorni inconsueta: due proiezioni nei prossimi due giorni per la stampa e la conferenza stampa- molto attesa, visto che il film parla del reinserimento sociale dei soldati britannici di ritorno dall'Iraq- il penultimo giorno del festival. Domani, infine, sapremo anche se l'Italia può aspirare a quella Palma d'Oro che ci manca da La stanza del figlio di Nanni Moretti e che ingiustamente abbiamo mancato nell'anno di Gomorra e Il divo. La nostra vita di Daniele Luchetti, infatti, verrà mostrato alla stampa nelle proiezioni serali. Sprint finale quindi per questo 63° festival di Cannes, e tutto sembra ancora in gioco.

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