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Questo articolo è stato pubblicato il 04 maggio 2011 alle ore 10:15.
L'ultima modifica è del 04 maggio 2011 alle ore 08:21.

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Le connivenze pakistaneLe connivenze pakistane

Se lo dice uno scrittore può sembrare una provocazione, un'iperbole, un'esagerazione, ma Salman Rushdie non è il solo intellettuale a pensare che il luogo dove si rifugiava Osama Bin Laden conferma la connivenza tra il Pakistan e il boss terrorista.

Sul Daily Beast, Rushdie scrive che è arrivato il momento di dichiarare il Pakistan «uno Stato terrorista» e di «espellerlo dalla comunità delle nazioni». Secondo l'opinionista Christopher Hitchens, la particolare ubicazione della villa binladiana a pochi passi dalla West Point pakistana, in un territorio militare, è la «smoking gun»: Osama era «ospite d'onore» dei servizi segreti di Islamabad. Chi è il proprietario del terreno di Abbottabad dove è stato costruito il rifugio da un milione di dollari? Di chi era e da chi è stato acquistato quel terreno? Chi ha progettato la casa come un bunker per proteggere l'inquilino? Quale impresa ha realizzato i lavori, chi ha installato i sistemi di sicurezza, chi ha lavorato nel cantiere? Le domande sono sul New Yorker a firma di Steve Coll, intellettuale liberal della New America Foundation.

Il capo dell'antiterrorismo della Casa Bianca, John Brennan, pur riconoscendo ai servizi pakistani un ruolo importante in altre operazioni antiterrorismo, ha detto che «è inconcepibile» pensare che Bin Laden non avesse il sostegno del Pakistan. La rete televisiva Abc cita fonti della Casa Bianca secondo cui il compound dove si rifugiava Bin Laden è stato costruito dai servizi di Islamabad appositamente per lo sceicco saudita. Il Washington Post di ieri, nel day after dell'uccisione di Bin Laden, ha chiuso l'editoriale principale affermando che «la possibilità di una complicità pakistana sul rifugio di Bin Laden non può essere esclusa, né essere nascosta sotto il tappeto».

La novità è che Obama e l'America questa volta non hanno alcuna intenzione di girarsi dall'altra parte, anche al costo di indebolire gli apparati pakistani realmente impegnati nella guerra al terrorismo. Obama ha deciso di indagare ufficialmente sui rapporti recenti tra il Pakistan e Osama Bin Laden, smentendo quindi le ipotesi secondo cui il raid a Abbottabad in realtà sia stata un'operazione congiunta e segreta dei due Paesi contro il capo di al-Qaida.

La Casa Bianca è convinta che Bin Laden si trovasse da cinque anni sotto la protezione del Governo pakistano in quella cittadina militare e per questo, ha detto a Time il capo della Cia Leon Panetta, «ha deciso che lavorare insieme ai pakistani avrebbe potuto mettere a rischio la missione, perché avrebbero potuto avvertire gli obiettivi».

I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan non sono mai stati così tesi. L'ex presidente Musharraf accusa Obama di aver violato la sovranità nazionale pakistana con l'operazione Bin Laden. La Cia continua a bombardare con i droni il territorio pakistano, a caccia di talebani e militanti islamisti. Pochi giorni fa, i vertici militari del Pakistan sono andati a Kabul per provare a convincere il presidente afghano Hamid Karzai a liberarsi degli americani e ad affidarsi alla tutela loro e dei cinesi.

Il presidente pakistano Alì Zardari, con un articolo pubblicato ieri mattina sul Washington Post, ha negato ogni coinvolgimento del suo Governo nella protezione e nell'uccisione di Bin Laden e ha provato a esprimere l'imbarazzo del suo Paese per la presenza del capo terrorista a pochi chilometri dalla capitale. Le sue parole non sembrano però aver convinto analisti, commentatori e politici. Al Congresso ci sono deputati e senatori, democratici e repubblicani, che chiedono formalmente di bloccare gli aiuti multimilionari, civili e militari, che ogni anno l'America fornisce al Pakistan per combattere il terrorismo islamico (dall'11 settembre 2001 sono quasi 20 miliardi di dollari), non per proteggere i capi di al-Qaida.

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