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Economia Aziende

Rientri difficili verso l'Italia - Vademecum per le aziende italiane costrette ad abbandonare la Libia

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Questo articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2011 alle ore 08:09.

L'imperativo è uno solo: abbandonare la Libia. La Farnesina ha confermato il rientro a casa con voli da Tripoli di ottocento dipendenti di aziende italiane. Ma circa duecento connazionali sono ancora bloccati a Misurata e a Bengasi se ne conta un'altra quarantina. Nella "sacca" di Misurata, nell'area della Lisco, l'azienda siderurgica libica, a sud est della città, sono raggruppati gli addetti di Tenova, Ferretti, Danieli, Tecnoprogetti. Al capo opposto, quelli di Impregilo.

Cosa devono fare le aziende costrette a lasciare la Libia (di Emanuele Scarci)

Il ministero degli esteri ha ipotizzato, per loro, un rientro via mare. Misurata dista, infatti, più di duecento chilometri da Tripoli, avventurarsi in quella terra di nessuno sarebbe un grosso azzardo, d'altronde la città sul golfo della Sirte è in mano ai ribelli e un attracco in porto presenta comunque grosse difficoltà. Non fosse altro per la mancanza di poteri in grado di autorizzare le manovre.

L'incertezza di Misurata. Da Brescia, quartier generale della Tecnoprogetti, un'altra voce al telefono, rauca, come di chi ha trascorso una notte insonne. È quella di Nunzia Tonni, amministratore delegato. Ci chiede di non creare troppo allarme: «Le famiglie dei miei dipendenti, una cinquantina, sono preoccupatissime, rischio di trovarmeli tutti qui». Senza sminuire, senza enfatizzare, Nunzia vive il dramma di chi vede andare in fumo gli investimenti di una vita intera e di un tessuto sociale a rete, tipico delle piccole e medie imprese come la sua. Quelle in cui l'imprenditore si fa carico del destino non solo personale o dell'azienda, ma di un'intera comunità che le gravita intorno. E aggiunge: «Al rientro ci sarà il problema di cosa fare, dopo, perché la Libia finora è sempre stata considerata ad alto rischio da parte delle compagnie assicurative. Noi abbiamo deciso di investire lì, comunque». Un investimento secco. L'incertezza anche per le attrezzature del cantiere.

Altra azienda, altra situazione. Perdono, per un attimo, l'aplomb che li caratterizza da sempre. Negli uffici di Tenova (Techint, gruppo Rocca) in via Monte Rosa a Milano, il top management, da Gianluigi Nova, l'amministratore delegato, a Raimondo di Carpegna, a Emilia Rio, responsabile risorse umane, s'è creata una piccola unità di crisi. «Sì, siamo riusciti a parlare con i nostri, dotati nei cantieri di telefoni molto particolari, sinceramente siamo preoccupati, ma anche ottimisti, l'ottimismo deve prevalere. Del resto abbiamo cantieri e aziende in tutte le parti del mondo e di situazioni di emergenza come questa ne abbiamo viste a bizzeffe». Di Carpegna è un manager di grande esperienza, con un naturale distacco nei confronti delle avversità di questo tipo: «Però la guerra, quella che vediamo in televisione, è la vera guerra solo se vista sul campo - dice - ma allora è tutta un'altra cosa, i nostri ci riferiscono di spari, di situazioni di pericolo. Del resto in Libia siamo presenti da tempo e certo non saranno episodi di questo tipo a farci cambiare idea sulla nostra dimensione internazionale».

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Il gruppo di addetti italiani a Misurata è già stato accompagnato in aeroporto due giorni fa, ma non se ne è fatto nulla perché mancavano le condizioni di sicurezza del velivolo. «Ho l'impressione che questa situazione di stand by potrebbe permanere - ci dice Luca Ortolani, responsabile risorse umane della friulana Danieli –. In Egitto ne abbiamo riportati a casa mille, qui siamo stati proprio spiazzati dal precipitare della vicenda. Intanto, almeno questa notte la situazione rimarrà così».

Gli impianti abbandonati. Cosa rischiano, intanto, le imprese italiane che sospendono l'attività dei cantieri? «Quasi tutti i pochi addetti rimasti – spiega Paolo Greco, avvocato dello studio Pbv & partners – servono a garantire il funzionamento al minimo degli impianti o il loro lento spegnimento».

«Tutto dipende poi dai contratti sottoscritti – aggiunge Greco – abbiamo consigliato di inoltrare ai committenti una comunicazione di sospensione dei lavori o delle forniture per "forza maggiore" e di attivare le polizze Sace per rischio politico. Ciò non toglie che, in alcuni casi, i committenti libici possano, dopo per esempio 30 o 60 giorni di blocco, avvalersi di un altro contractor, ritenendo risolto il contratto con l'azienda italiana».

Aspetti legali a parte, le cronache dell'evacuazione italiana, hanno assunto toni drammatici: alcuni cantieri sono stati presi d'assalto da bande di libici e respinti solo grazie alla sicurezza armata di altri addetti alla sicurezza, sempre libici.

Il racconto degli assalti. «Quando abbiamo visto – racconta Alessandro Piantanida, project manager di Piccini group (costruzioni residenziali e pubbliche) – che gli americani partivano in massa, abbiamo subito ordinato ai nostri otto dipendenti di salire sull'aereo dell'unità di crisi. Peccato, perché in Libia eravamo sbarcati da appena un anno». Paolo Della Morte, 41 anni, è un quadro della Enrico Ravanelli Spa, azienda di Venzone (Udine) a Tobruk con una commessa da cento milioni di euro per dotare di strade, fognature, luce e gas la cittadina della Cirenaica. Drammatico il suo racconto al Sole 24 ore: «Siamo stati costretti a scappare ad Alessandria d'Egitto, all'improvviso, dopo essere stati attaccati dagli sciacalli. I nostri dipendenti libici, con cui abbiamo stabilito un ottimo rapporto lavorando benissimo per oltre un anno, ci hanno consigliato di organizzare immediatamente un servizio di protezione armata. Avevano ragione: lunedì sera l'assalto, culminato in uno scontro a fuoco. La mattina dopo la fuga».

Il rientro, nella serata di ieri, a Roma. Nelle parole di Della Morte affiora l'amarezza «per l'inefficienza e l'immobilismo della Farnesina: per fortuna siamo stati contattati e aiutati dal viceconsole di Alessandria, Aurora Lufino».
Lasciare, per sempre, la Libia? Massimo Sironi, titolare della bergamasca Cebex (ex-import), da quarant'anni in Libia, non si rassegna: «Amo quel paese e non lo lascerò mai: qualsiasi cosa accada ci adegueremo alla nuova realtà».

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