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La svolta dell'Fmi: più peso ai Bric perde posto l'Europa

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Questo articolo è stato pubblicato il 24 ottobre 2010 alle ore 14:38.

GYEONGJU - «Oggi è chiaramente la giornata del Fondo monetario». Dominique Strauss-Kahn, il direttore dell'Fmi, ha certamente la capacità del politico consumato di vendersi al meglio i propri successi, ma non c'è dubbio che i risultati del G-20 sulla riforma dell'istituzione da lui guidata sono andati al di là delle più rosee aspettative. Anche delle sue.


La riunione di Gyeongju ha trovato un accordo per spostare il 6% del potere di voto dai paesi industriali alle nuove potenze dell'economia mondiale, portando la Cina dal sesto al terzo posto, mentre l'Europa ha accettato di cedere agli emergenti due degli 8 seggi (9, se si include la Russia) nel consiglio del Fondo, risolvendo così una disputa che si trascinava da mesi e rischiava di minare la credibilità dell'istituzione. L'Fmi esce dalla struttura che si portava dietro da Bretton Woods, quando venne fondato nel 1944, per «rispondere alla nuova realtà dell'economia mondiale», ha detto Strauss-Kahn. «Ora i suoi dieci membri con le quote maggiori sono gli Stati Uniti, il Giappone, i quattro Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e quattro europei, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia. Sono i paesi più importanti per il sistema monetario internazionale».

Lo spostamento delle quote nel capitale del Fondo dai "grandi" (ma uno dei paesi che perdono maggiormente terreno sarà l'Arabia saudita) agli emergenti va al di là di quanto era stato richiesto dal G-20 al vertice di Pittsburgh dell'anno scorso (il 5%) e mette ormai pressoché su un piano di parità, all'interno dell'Fmi, il peso complessivo dei paesi industriali e quello delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo. Un segnale importante, nel momento in cui si chiede, soprattutto ai Bric, una maggior assunzione di responsabilità nella governance globale. I dettagli tecnici poi richiederanno tempo per essere definiti, tanto che il comunicato finale di ieri indica nell'autunno del 2012 la data in cui l'operazione dovrebbe completarsi.

Hanno tempo fino ad allora i paesi europei per decidere come vogliono procedere alla riduzione dei seggi che finora spettavano loro nel consiglio a 24 membri. L'annuncio europeo ha sorpreso anche Strauss-Kahn, che pure aveva fatto la spola nei mesi scorsi fra le capitali del Vecchio continente cercando una mediazione. Il ministro delle Finanze belga, Didier Reynders, che ha la presidenza di turno dell'Ecofin, ha prospettato una proposta sulle modalità di redistribuzione dei seggi europei entro fine anno e indicato che Belgio e Olanda, che finora ne avevano uno a testa, potrebbero alternarsi nel consiglio dell'Fmi e che una soluzione analoga potrebbe essere adottata da altri paesi. «Adesso però l'importante - ha detto Reynders - è che l'Europa, avendo dimostrato di saper rispondere all'interesse generale, sia capace di assumere maggiore iniziativa all'interno dell'Fmi facendo sentire una voce sola». L'Italia, la cui quota viene limata marginalmente, ma resta sopra il 3, manterrà il proprio seggio, ha assicurato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Il Fondo ha incassato dal G-20 anche l'approvazione a due nuovi strumenti creati nei mesi scorsi e destinati alla prevenzione delle crisi, creando la cosiddetta «rete di sicurezza finanziaria». «Finora abbiamo fatto i pompieri - ha dichiarato Strauss-Kahn - adesso abbiamo le risorse per aiutare i paesi a evitare le crisi».

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