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Questo articolo è stato pubblicato il 06 agosto 2011 alle ore 11:10.

Obama ha affidato subito l'economia a uomini di fiducia di Wall Street, il superstratega Lawrence Summers e il ministro del Tesoro, tuttora in carica, Tim Geithner e questo è secondo Frank Rich, firma di punta del giornalismo progressista newyorchese, il suo «peccato originale» che rischia di costare caro. Ha sottoscritto nei fatti la teoria del "tutti responsabili, nessun responsabile", non da candidato, ma certamente da presidente. E non si è mosso mentre il Congresso ha varato una legge di riforma, la Dodd-Frank, che accanto ad alcuni buoni princìpi ne ha altri discutibili e soprattutto non garantisce affatto che il sistema non possa ripetere gli stessi errori. Operativamente non cambia molto, non per i derivati che non hanno filtri credibili che impediscano un loro uso eccessivo e spericolato, e per altro.

Sono nate però le Sifi, systemically important financial institutions, quelle che non possono fallire, e che hanno al loro operare il solo limite, alla fine, di un comitato governativo di controllo, senza automatismi. «Mi sembra - ha detto un mese fa Thomas Hoenig, presidente della Federal Reserve di Kansas City, il più stringente critico di come si sia saldato il connubio Wall Street-Washington, e che parlava di tutte le istituzioni sistemiche, non solo quelle americane - che il problema con le Sifi è che sono fondamentalmente inconciliabili con il capitalismo. E che sono sostanzialmente dei fattori destabilizzanti dei mercati globali e un freno alla crescita mondiale».

David Stockman, già ministro del Bilancio nel primo mandato di Ronald Reagan, ha rilevato come il sistema bancario abbia in carico 4mila miliardi di titoli residenziali di incerto valore che un espediente contabile della primavera 2009 consente di stimare a valori di libro e non di mercato, più 1000 miliardi di crediti all'edilizia commerciale ugualmente in crisi. E ha ricordato che il governatore della Fed, Ben Bernanke, dichiarava nel 2010 alla commissione d'indagine sulla crisi (Commissione Angelides) che i fatti del 2008 «hanno rappresentato la peggior crisi finanziaria della storia globale» e che «su forse 13 delle maggiori istituzioni finanziarie degli Stati Uniti, 12 erano a rischio fallimento nel giro di una settimana o due». È difficile, osserva quindi Stockman, che in meno di tre anni questo quadro sia davvero rovesciato.

Sono circa 11mila i miliardi legati all'immobiliare e che il sistema finanziario americano ha in portafoglio o comunque garantisce: banche private, le megafinanziarie pubbliche Fannie e Freddie e altre entità del sistema pubblico (è qui che c'è un misto di titoli in parte detenuti, in parte venduti e garantiti), e altri investitori privati. E su questi ci sarà alla fine, quando si deciderà di fare i conti con i fatti, una notevole scrematura, legata al valore reale delle case.

Il mercato immobiliare, se dovesse ritrovarsi nel trend storico dei prezzi dell'ultimo secolo, dovrebbe perdere ancora circa il 20%, e cioè alla fine attorno al 50% rispetto ai massimi di fine 2006. Questo porterebbe la quota di mutuatari underwater, con il mutuo cioè superiore al valore della casa, dal 23 al 40% dei circa 53 milioni di mutuatari americani su un totale di 80 milioni di proprietari di casa.

Il credito privato langue, l'economia scivola, e ieri nel suo ultimo Investment Outlook Bill Gross di Pimco osservava che delle quattro strade per uscire dalla crisi, e cioè disciplina di bilancio o crescita salvifica o le due insieme, inflazione, svalutazione, tassi reali negativi che consentono alle banche il fat spread, una forte differenza cioè tra quanto pagano il denaro alla banca centrale e a quanto lo concedono a prestito a imprese e privati, e scaricano i costi su contribuente e risparmiatore, è quest'ultima per ora la strada più battuta. Meglio non aspettarsi molto da Washington. «L'ultimo cambiamento in cui ho creduto - dice Gross - è stato quello delle presidenziali 2008, e si è rivelato più favola che realtà».

mmargiocco@gmail.com

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