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Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2012 alle ore 08:06.
Pacato ma chiaro il messaggio lanciato ieri ai policy maker dal presidente della Banca centrale europea: la portata di quell'esercizio per la capitalizzazione delle banche chiesto dall'Eba, la European banking authority su mandato del consiglio Ue il 26 ottobre, adesso meriterebbe proprio di essere ridimensionata. Mario Draghi aveva infatti esordito nella sua conferenza stampa chiarendo che «i programmi di capitalizzazione delle banche non devono comportare sviluppi a detrimento delle attività economiche, non debbono tradursi in uno schiacciamento del credito».
La preoccupazione principale della Banca centrale europea nell'ultimo scorcio del 2011 è stata, attraverso gli interventi straordinari sulla liquidità che hanno concesso alle banche quasi 500 miliardi, quella di evitare che sull'economia reale si abbattesse una grave scarsità di credito ha spiegato a più riprese Draghi.
Poi a una domanda precisa sulla «funzionalità» delle richieste di patrimonializzazione dell'Eba per le quali le banche italiane stanno chiedendo da tempo che siano riviste o rinviate, il presidente della Bce ha risposto chiarendo: «L'esercizio chiesto dall'Eba era giusto quando è stato deciso, ma è stato pensato in un momento in cui le cose erano molto diverse da come sono oggi. E i test hanno finito per essere un esercizio pro-ciclico».
In linea teorica, infatti, ha ricordato Draghi, i fattori che generano problemi in rapporto alle possibilità di crescita del credito bancario sono tre: le carenze sul lato della raccolta, che sono quelle fronteggiate dalla Bce con la maxi-immissione di liquidità fino a tre anni di dicembre che sarà ripetuta all'inizio del mese di febbraio; le carenze di patrimonializzazione delle aziende di credito e il predominio dell'avversione al rischio.
Dunque, pensare a un rafforzamento patrimoniale in sé era corretto ma la messa in atto dei test è avvenuta nel momento sbagliato e senza rispettare quella che sarebbe stata la sequenza di interventi ottimale. «I Governi avrebbero dovuto essi stessi mettere in campo del capitale ove le banche si fossero dimostrate carenti e questo non era ancora avvenuto al momento del test. In secondo luogo avrebbe dovuto essere operativo l'Efsf, e ciò avrebbe avuto un impatto sul mercato dei titoli di Stato attraverso le sue operazioni» ma anche l'Esfs ha ricordato Draghi non era attivo al momento in cui l'Eba ha completato il suo esercizio «In questo modo - ha spiegato ieri il presidente della Bce - i fabbisogni patrimoniali emersi sono stati di fatto calcolati sulla base dei prezzi di titoli di Stato che erano in condizioni di estremo stress. Al tempo stesso – ha aggiunto – la situazione complessiva era cambiata. Cosi lo stesso esercizio dell'Eba, date le circostanze, si è rivelato un intervento pro-ciclico».
In pratica, Draghi ha dimostrato di condividere il cuore delle argomentazioni portate avanti nei giorni scorsi dalle aziende di credito italiane (l'Associazione delle banche italiane ha infatti ribadito che le scelte dell'Eba sulla capitalizzazione sono discutibili nel metodo, nel merito, nella tempistica). E ha riconosciuto che il timing e anche le condizioni esterne nelle quali è stato realizzato il test erano inappropriati e soprattutto che l'esercizio in sé si è rivelato pro-ciclico, vale a dire in grado di contribuire ad aggravare quella recessione che rischia di investire l'intera Eurozona.
«Voi forse ricorderete - ha aggiunto ieri Draghi – che anche il Governo statunitense aveva realizzato gli stress test due anni fa. Ma gli americani avevano già stanziato il capitale necessario al momento in cui l'esercizio di verifica sui fabbisogni di capitale si è concluso, così da essere in grado di ricapitalizzare le loro istituzioni creditizie in base ai risultati dell'esercizio di stress». «In futuro - ha concluso Draghi – non è pensabile che si possano ripetere gli stress test nelle stesse condizioni».
Adesso che il guardiano della moneta europea ha parlato, la parola torna ai policy maker dell'Unione europea. Ma anche alle autorità di vigilanza nazionali, che dal 20 gennaio saranno il tramite operativo per convincere il regolatore europeo ad adottare consigli più miti e meno pro-ciclici.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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