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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2013 alle ore 09:35.

Lo spread tra BTp e Bund e soprattutto il rendimento assoluto dei titoli di Stato italiani sul secondario non resteranno indifferenti all'ennesima sequenza di colpi di scena della politica italiana. Un allargamento del differenziale tra l'Italia e la Germania e un rincaro del costo della raccolta per il Tesoro sono inevitabili già da domani perché quantificano fedelmente l'aumento dell'incertezza del quadro politico sul rischio-Italia. L'instabilità di Governo, soprattutto se prolungata, ha impatto negativo sulla crescita e sulla credibilità del sistema-Italia nel rispettare gli impegni sui conti pubblici e sul cammino delle riforme.
Un BTp decennale tra il 4,75% e il 5% e uno spread dai 300 ai 350 punti (bisognerà vedere dove andranno i Bund intanto) potrebbe divenire un target di breve e medio periodo negativo realistico, in sintonia con il deteriorarsi della situazione politica e nel caso di declassamento di rating sovrano: tassi al 6% o 7% dovrebbero essere scongiurati dagli scudi anti-spread e dal fatto che gli italiani detengono circa il 70% dei titoli di Stato in circolazione.
I fattori di sostegno al rischio-Italia non svaniranno dal giorno alla notte: questo dovrebbe consentire nei prossimi giorni allo spread tra BTp e Bund di arginare i danni della caduta improvvisa del Governo Letta. Il ritorno alla crescita nel 2014 - anche grazie al Pil americano e tedesco - la politica monetaria accomodante e la misure non convenzionali della Bce (le OMTs e le LTRO), le rassicurazioni del ministro Saccomanni (si veda a pag. 5) sul rispetto degli impegni sul rigore di bilancio, tutto contribuirà a frenare l'allargamento dello spread.
La crisi di Governo provocata dalle dimissioni dei ministri del Pdl tuttavia, se dovesse gettare il Paese nel caos politico per un lungo periodo, potrebbe innescare uno o più declassamenti di rating. La retrocessione con ripercussioni più pesanti sarebbe quella di DBRS, l'unica delle quattro grandi agenzie di rating a riconoscere ancora all'Italia un livello di singola "A" meno: questo rating consente alla Bce di applicare un haircut (sconto) più contenuto sui titoli di Stato italiani portati come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento principale. Se l'Italia dovesse avere solo rating "BBB", l'haircut presso la Bce salirebbe e questo danneggerebbe molto le banche italiane. Se invece S&P's o Moody's dovessero declassare ulteriormente l'Italia, accorciandone le distanze dai rating speculativi (ora due gradini), alcuni investitori istituzionali potrebbero essere costretti a vendere i titoli. I margini richiesti dalle Cassa di compensazione e garanzia (clearing houses) verrebbero aumentati quasi in automatico, rendendo per tutti l'uso dei titoli italiani come collaterale più costoso. Le retrocessioni a catena sulle banche sarebbero micidiali, in vista degli stress test e le rivalutazioni degli asset da parte della Bce.
Un altro fattore negativo molto pesante per il rischio-Italia verrebbe dato dall'impossibilità del Paese di chiedere aiuto esterno - anche solo con la linea di credito precauzionale dell'Esm ECCL o PCCL - in mancanza di un Governo forte e di una guida solida politica che possa rispettare la condizionalità. Il costo peggiore della crisi politica riguarda però la crescita. «Un'Italia che perde l'abilità politica di rispettare le regole sul rigore dei conti pubblici e di portare avanti le riforme è un'Italia meno credibile e questo si può ripercuotere negativamente sulla crescita e sull'andamento dei BTp - ha commentato ieri Luigi Speranza, capo economista di BNP Paribas per l'Europa -. L'instabilità politica per un periodo prolungato può danneggiare la crescita. Ma quel che più è grave, per i mercati, è il blocco al processo delle riforme e al consolidamento dei conti pubblici. Il rinvio di tutto questo crea incertezza». Secondo Speranza, finora la reazione dei mercati all'instabilità politica italiana è stata frenata da tre fattori: OMTs e LTRO della Bce; rafforzamento della volontà politica nell'Eurozona a difesa dell'euro; il ritorno della crescita.
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