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Questo articolo è stato pubblicato il 08 agosto 2014 alle ore 08:36.
L'ultima modifica è del 08 agosto 2014 alle ore 09:03.

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Le crisi e le tensioni geopolitiche russo-ucraina e nel Mediterraneo stanno provocando all'Eurozona un trauma equivalente ad un piccolo shock petrolifero o qualcosa di simile ad un mini-2009. Niente di catastrofico se fossimo in tempi normali ma per una Uem che deve aggrapparsi anche ai decimali per ritrovare la via della crescita si tratta di una brutta gatta da pelare, perché cambia completamente lo scenario delle previsioni macroeconomiche immaginate anche solo qualche mese fa per il 2014.

Concentrandoci qui solo sugli effetti della crisi russo-ucraina, che sta avendo una ulteriore drammatica accelerazione con le nuove sanzioni dell'Occidente nei confronti di Putin e la decisione di Mosca di varare una specie di controffensiva bloccando l'import di prodotti agro-alimentari da Ue, Norvegia, Usa, Canada e Australia. Bisogna subito dire che le statistiche disponibili catturano al momento solo in parte le ricadute economiche negative di tale crisi sull'Uem (che più di Usa e Gb ne subisce le ripercussioni). Ricadute che riguardano sia le esportazioni dirette dell'Uem verso Mosca e l'craina, sia gli stessi scambi intra-Uem (attraverso la rete delle subforniture e dell'indotto in cui l'Italia è fortemente connessa alla Germania), sia, come conseguenza finale, i Pil dei Paesi membri.

I dati Eurostat degli scambi tra Uem e Russia e tra Uem e Ucraina si fermano al primo quadrimestre del 2014. In confronto ad altri Paesi, l'export italiano diretto verso la Russia era a quella data tra i meno colpiti, con un calo in valore solo del 4,8% per poco meno di 158 milioni di euro, pur risultando fortemente penalizzati diversi classici settori del made in Italy, come quello delle calzature. Il che ha avuto un forte impatto negativo su alcune aree locali: si pensi alla provincia di Fermo che ha visto diminuire nel solo primo trimestre del 11% il suo export di calzature verso Mosca, con una perdita di fatturato di quasi 10 milioni.
L'export dell'Uem verso la Russia nel primo quadrimestre 2014 è calato complessivamente del 12,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una perdita in valore di 3,8 miliardi di euro; mentre le esportazioni verso l'Ucraina, travagliata dalla sua profonda crisi economica interna e dai fermenti secessionisti, sono diminuite del 25,5%, con un calo in valore di 1,1 miliardi. Nell'export verso la Russia i Paesi Uem che hanno avuto le ricadute dirette peggiori, limitandoci alle economie principali, sono stati la Germania (-13,9% pari a -1,7 miliardi di euro), l'Olanda (-24,6% pari a -705 milioni), la Finlandia (-15,5% pari a -266 milioni), il Belgio (-20,2% pari a -365 milioni). Germania e Italia sono state invece le nazioni più danneggiate dal crollo dell'export verso l'Ucraina: l'export tedesco è calato del 30,7% (-562 milioni), quello italiano del 24,2% (-137 milioni).

I dati Istat, più aggiornati di quelli Eurostat, mostrano che l'export italiano verso la Russia, dopo una iniziale tenuta in principio dell'anno, sta anch'esso deteriorandosi rapidamente. A maggio, infatti, vi è stato un brusco calo del 13,9% sul maggio del 2013 che ha portato il bilancio dei primi 5 mesi del 2014 in negativo del 6,7%. E la tendenza è destinata a peggiorare.

Le conseguenze sui Pil nazionali dei Paesi dell'Uem delle tensioni geopolitiche che infiammano Russia e Ucraina, la Siria, la Libia, Israele e la striscia di Gaza, facendo arretrare gli scambi commerciali, stanno già mostrando i loro primi effetti. Ha cominciato l'Italia con il Pil del secondo trimestre 2014 in frenata congiunturale dello 0,2% con una domanda interna ferma ma perlomeno ormai non più in caduta (e con essa l'ccupazione, che si sta stabilizzando), mentre l'intero calo del prodotto è ascrivibile alla domanda estera netta, diminuita, appunto dello 0,2%. La produzione industriale tedesca è stata molto debole in giugno (più di quella italiana) e gli ordinativi di luglio dell'industria manifatturiera sono letteralmente da bollettino di guerra: l'Istituto federale di statistica ha stimato una loro frenata del 3,2% (con un calo di quelli esteri del 4,1%). Con queste premesse il Pil tedesco, che sarà reso noto solo il 14 agosto, rischia di fare una figura non migliore di quello italiano, così come i Pil di altri Paesi Uem, quali Francia, Olanda, Finlandia, che potrebbero risentire altrettanto negativamente dell'accelerazione delle tensioni geopolitiche.

Queste vicende dimostrano ulteriormente che non si può avere una moneta unica senza una politica economica coordinata tra i Paesi membri dell'Uem dotata anche di razionali margini di flessibilità. Una politica che vada oltre la rigida ricetta tedesca del rigore, la quale ha distrutto domanda interna europea nell'illusione di poter vivere solo con quella esterna. I fatti dimostrano che basta la tensione con la sola Russia per mettere in ginocchio anche la Germania, il suo export e il suo Pil. L'Uem, e con essa la Germania che ha la pretesa di guidarla, dovrebbero riflettere sul fatto che dal 2007 al 2013 sono andati in fumo nell'Eurozona ben 355 miliardi di euro di investimenti fissi lordi a prezzi 2005: è come se il Belgio, il Lussemburgo e i loro Pil fossero stati cancellati dalla carta geografica. Per questo è urgente che il piano del Presidente Juncker sugli investimenti parta con decisione, specie ora che la domanda estera dell'Uem è stata spiazzata dai focolai geopolitici.

Inoltre, non si può ignorare che le tensioni con la Russia e l'escalation delle sanzioni hanno già procurato e procureranno ancora nei prossimi mesi grandi sacrifici alle economie dei Paesi membri che molto scambiano con Mosca e che pertanto occorre predisporre anche delle adeguate politiche compensative sul piano della domanda interna dell'Eurozona per evitare un completo black-out della ripresa. Non solo. Anche nel calcolo degli sforzi per gli aggiustamenti dei bilanci nazionali si dovrà opportunamente tenere conto dell'impatto che avrà nel 2014 il peggioramento dell'export extra-Uem, affiancando al Fiscal Compact anche una sorta di (almeno temporaneo) "Russian Compact".

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