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Questo articolo è stato pubblicato il 23 giugno 2011 alle ore 08:18.

Se n'erano accorti quasi tutti: da tempo Antonio Di Pietro aveva corretto e aggiornato la sua linea politica. Del resto l'ex magistrato è piuttosto rapido di riflessi. Ha dimostrato di esserlo anche in questa occasione, quando ha colto i due fenomeni in atto: da un lato il lento, ma inevitabile declino di Berlusconi; dall'altro l'ascesa dei movimenti iper-giustizialisti legati a Beppe Grillo, cui si accompagna la crescita impetuosa della sinistra di Vendola.

Di Pietro ha compreso che non ha senso restare immobili in un mondo che cambia. Anche perché l'Italia dei Valori non ha motivo d'essere soddisfatta dei risultati delle amministrative. De Magistris, è vero, ha vinto a Napoli: ma non è un amico del leader. Altrove il treno dipietresco arranca, segno che soffre i nuovi concorrenti. Eppure l'uomo di Tangentopoli si è preso una rivincita straordinaria con i risultati del referendum, perché senza dubbio è lui l'autentico ideatore e paladino dei quesiti. Preparati e messi in campo quando nessuno credeva al successo finale. Poi, certo, è arrivato il disastro in Giappone...

Sta di fatto che ieri Di Pietro è riuscito a prendersi i riflettori di Montecitorio con una mossa di notevole astuzia. Nelle ore in cui i capi del centrosinistra snocciolavano la consueta geremiade sulle colpe di Berlusconi, lui ha attaccato l'assenza di una proposta alternativa da parte del centrosinistra. Da notare che da due giorni il premier batte, pour cause, sullo stesso tasto: l'opposizione non riesce a essere coerente, è divisa in fazioni, non è forza di governo, eccetera. Di Pietro non si è spaventato per la coincidenza e ha affondato il colpo.

Ha fatto di più, come è noto: qualche minuto di colloquio a tu per tu con il diavolo in persona, ossia il presidente del Consiglio. Abbastanza per lasciare allibiti via internet i militanti dell'Idv e per irritare non poco Pier Luigi Bersani. L'attacco infatti era rivolto tutto contro di lui, il segretario del Pd, accusato di inerzia circa il programma e le alleanze, tutte da definire, del centrosinistra. Qui Di Pietro coglie senza dubbio un punto di debolezza. Ma cosa vuole ottenere, in realtà? È possibile azzardare un'ipotesi. L'ex magistrato intende sciogliere due nodi politici a breve termine e un traguardo strategico a scadenza più lunga.

Vuole in primo luogo contare di più perché ritiene - non a torto - di aver interpretato il paese referendario meglio di altri. Osserva perciò con sospetto la tendenza di Bersani a discutere e magari litigare quasi in esclusiva con Vendola, considerando l'Idv già acquisita all'alleanza (e in forme marginali). Poi è molto diffidente verso i segnali che s'incrociano fra Lega e centrosinistra a proposito della legge elettorale. Dunque, obiettivo numero uno: obbligare Bersani a negoziare con lui. Obiettivo numero due, sottinteso: negare allo stesso Bersani il lasciapassare per emergere fra qualche tempo come il candidato premier del centrosinistra.

È evidente che in questo giro tattico Berlusconi resta un avversario, ma non è più un nemico con cui è impossibile prendere il caffé. Tanto è vero che i due hanno picchiato su Bersani con toni non così dissonanti. Quanto alla strategia a lungo termine, Di Pietro guarda all'oceano dei voti di centrodestra ibernati da Berlusconi. Il giorno che il premier uscirà di scena si aprirà una partita con molti giocatori. Il capo dell'Idv si prepara a essere uno di loro. E non in una posizione secondaria.

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