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Questo articolo è stato pubblicato il 12 maggio 2014 alle ore 08:06.
L'ultima modifica è del 12 maggio 2014 alle ore 08:18.

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È questo lo scenario di fondo che attende al varco la presidenza italiana che inizierà il 1° luglio, lo stesso giorno in cui a Strasburgo si riunirà il nuovo Parlamento. Allora si saprà quanto pesante sarà stato il plebiscito anti-europeo e quindi con che tipo di Parlamento e di Europa bisognerà fare i conti. E si saprà anche se nel frattempo la "guerra delle poltrone" sarà stata o no risolta.

Grazie a un'interpretazione un po' garibaldina dei Trattati Ue, quest'anno le urne eleggeranno anche il loro candidato alla presidenza della Commissione. Questo almeno ha preteso il Parlamento uscente e il suo presidente, il socialista tedesco Martin Shulz, che è anche il candidato socialista alla guida della Commissione Ue. Gli altri gruppi politici si sono allineati. Ma i Governi, Angela Merkel in testa, non sembrerebbero disposti a incassare il colpo di mano che li priverebbe del loro potere di scegliere in autonomia, sia pure alla luce dei risultati elettorali, riconosciuto dal Trattato di Lisbona.
Se questo è vero, è però altrettanto vero che politicamente, in un'Europa in grande stress democratico, sarebbe difficile ignorare il responso dei cittadini. In palio ci sono la guida della Commissione e del Consiglio Ue, cioè la successione a Josè Barroso e a Herman Van Rompuy, la nomina del "ministro degli Esteri Ue" al posto di Lady Ashton e forse quella del nuovo presidente dell'Eurogruppo.

Con questi chiari di luna, la distribuzione delle poltrone si annuncia complicata e promette scontri intra-europei al calor bianco. Con possibili strascichi di vendette politiche trasversali. Per esempio qualora il Consiglio Ue decidesse di non nominare il candidato vincente dell'europarlamento ma qualcun altro. In questo caso l'assemblea non sarebbe disarmata: ha infatti il potere di accettare o respingere con il voto il nuovo presidente dell'Esecutivo Ue.

Anche se la guerra inter-istituzionale sarà evitata, a mettere alcune zeppe nelle ruote del nostro semestre saranno i tempi lunghi di molte procedure: dall'elezione del nuovo presidente del Parlamento, che tradizionalmente non arriva prima di metà luglio, alla sua stessa operatività che a pieno regime in genere comincia solo con la prima sessione di settembre.

Di più. La Commissione Barroso scade a novembre. Il che significa che prima dovranno esserci le audizioni parlamentari dei 28 nuovi commissari designati dai rispettivi Governi. Non si può escludere che qualcuno venga bocciato, con relativo allungamento dei tempi di conclusione del processo.

Tanto che c'è chi non esclude che la Commissione attuale possa restare in carica fino alla fine dell'anno. Ovviamente uno scenario di tensioni e lungaggini procedurali finirebbe per paralizzare la miglior buona volontà della presidenza italiana. Che per di più, con la probabile elezione a eurodeputato dell'attuale commissario Ue, Antonio Tajani, si ritroverà a dover sceglierne al più presto il successore per non cominciare il semestre senza un proprio rappresentante dentro la Commissione.

Anche qui possibili complicazioni in vista: chi farà infatti le audizioni del candidato italiano e quando? Impossibile in giugno nella vacanza del Parlamento uscente, molto difficile in luglio con il nuovo in gestazione operativa. Si escogiteranno eccezioni alle regole? Si rimanderà a settembre l'audizione? Si inventeranno altri escamotage? Di sicuro nemmeno queste incertezze aiuteranno l'Italia a guidare un'Europa dalle idee confuse e dagli entusiasmi spenti.

Però c'è chi è convinto del contrario: che sarà proprio questo stato confuso e catatonico a dare al Governo Renzi la forza di ricominciare un'Europa diversa e migliore. Speriamo abbia ragione.

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