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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2013 alle ore 08:12.

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Eppure qualcosa si muove. L'Italia che ci prova è fatta oggi da centinaia di startup. In fondo, nessuno ha stabilito che i Bill Gates o gli Steve Jobs debbano obbligatoriamente essere born in the Usa. Dentro le nostre startup in qualche caso si trova roba ottima, come dimostra Arduino, la piattaforma creata da Massimo Banzi. «Un altro mondo in grandissimo sviluppo – sostiene Maria Giovanna Sami, ordinario di Architetture dei calcolatori al Politecnico di Milano – riguarda i cosiddetti sistemi embedded, che ormai trovano le più svariate applicazioni, anche in Italia: dalla medicina all'agrifood, dal monitoraggio ambientale alla tracciatura delle materie prime da utilizzare nel manifatturiero. In ogni caso si tratta di sistemi che mixano altissime tecnologie, spesso comprese tra micro e nanotecnologie elettroniche».
Ci sono poi realtà consolidate, che mantengono la leadership in alcuni specifici segmenti di mercato. «Si pensi alla StMicroelectronics e ai suoi microchip di ultima generazione. E meglio ancora alla sua sensoristica digitale – sostiene Alfonso Fuggetta, direttore del Cefriel, centro di ricerca sull'Ict cui partecipano università e maggiori imprese del settore –. Vale la pena di ricordare che dentro gli iPhone e gli iPad, così come nelle console Wii o in ogni navigatore satellitare, c'è tecnologia nata nel centro ricerche di Castelletto di Settimo Milanese. Puro made in Italy». Eccola la novità. O se si preferisce la trincea da difendere con le unghie e con i denti: forse non salterà fuori un prodotto, un oggetto fisico così dirompente come Programma 101, ma l'industria italiana ha imparato a cospargere di tecnologia i più svariati prodotti, dalle auto alle lavatrici, dai mobili all'abbigliamento. Una contaminazione che garantisce alto valore aggiunto. L'innovazione hi-tech tocca ormai tutti i settori, compresi quelli maturi, perché garantisce alto valore aggiunto. Le Pmi lo hanno capito alla perfezione: la competizione internazionale si gioca esattamente su questo terreno. «Un esempio? La Dainese di Vicenza, che scommette sull'airbag per i motociclisti – spiega Fuggetta –. Dentro ci sono sensori sensibilissimi, algoritmi per il calcolo delle forze di accelerazione e frenata, congegni elettronici capaci di gonfiare le protezioni in millesimi di secondo». Chissà, che cosa inventerebbero Perotto e i ragazzi di Ivrea, se avessero adesso 25 o 30 anni. Magari anziché su un computer lavorerebbero su un giubbotto.
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le regole del successo
Così germoglia un'idea
Perché possa nascere, e soprattutto svilupparsi, un'idea vincente, destinata a sfociare in un prodotto anticipatore, come la mitica Programma 101 della Olivetti, sono decisivi alcuni fattori di contesto. Eccoli.
1. La visione imprenditoriale, destinata a tradursi in scelte di investimento in un settore in forte sviluppo. L'innovazione va messa al centro delle strategie aziendali.
2. Lo scambio interdisciplinare e le contaminazioni di saperi, conoscenze, esperienze. I prodotti innovativi nascono sempre all'interno di un team affiatato, in un continuo stop and go.
3. La ricerca della commistione tra utile e bello. Il prodotto che nascerà dovrà rispondere a un bisogno reale, meglio anticiparlo. Ma, specie negli oggetti di consumo, dovrà anche piacere e creare empatia.
4. La disponibilità di capitale. Occorre pensare in grande: le società di venture capital diventano molto sensibili se l'idea dovesse avere una potenzialità di mercato, a livello mondiale, dai cento milioni di dollari in su.
5. Bisogna infine essere consapevoli che i risultati, anche economici, non si registreranno in sei mesi o in un anno, ma arriveranno nel lungo periodo.

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