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Questo articolo è stato pubblicato il 09 giugno 2013 alle ore 08:24.

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Le piccole e medie imprese in Italia producono circa l'80% del prodotto interno lordo. I cinque milioni di piccole e medie imprese nostrane impiegano il 90% della forza lavoro italiana (15,8 milioni di lavoratori) e contribuiscono al 70% delle esportazioni, con una propensione all'internazionalizzazione superiore a quella della Germania.
Dal punto di vista dell'innovazione, della ricerca e dello sviluppo, però, il dato cambia. Solo il 50% dei brevetti italiani registrati presso l'Epo, l'European patent office, provengono da Pmi.
A frenare le Pmi ci sono vari fattori, tra i quali non ultima è la decisione dell'Italia di non aderire ai trattati istitutivi del nuovo brevetto europeo unificato: come la Spagna, l'Italia ha deciso di non scegliere questa via quando è risultato che le lingue ufficiali per la registrazione dei brevetti sarebbero state solo francese, tedesco e inglese. Non solo: i due Paesi hanno presentato addirittura un ricorso (poi respinto a metà aprile) alla Corte di giustizia Ue.
La questione delle lingue non è da poco, perché le traduzioni dei brevetti richiedono professionisti specializzati, sono molto costose e il risultato è critico per l'applicabilità della protezione. Le conseguenze però vanno oltre questo aspetto di costi di traduzione.
La decisione di restare fuori dall'accordo che porterà la copertura dei brevetti a 25 Paesi europei in un colpo solo (già oggi è possibile, ma richiede però la successiva registrazione nei singoli Paesi, secondo lo schema dei brevetti "tradizionali" del l'Epo), non esclude però la possibilità per le aziende di andare lo stesso a registrare presso l'Epo, Ufficio europeo brevetti, la propria innovazione, magari dopo aver registrato anche il brevetto equivalente in Italia ed eventualmente in Spagna.
La situazione però si complica con l'apertura di un secondo fronte successivo a quello del brevetto unico europeo: l'istituzione della futura Corte unificata europea per giudicare le controversie che possano sorgere in questa materia. L'Italia e la Spagna sono fuori dalla cooperazione rafforzata sul brevetto unico ma il nostro Paese ha comunque firmato l'accordo sulla Corte unificata e avrà quindi un giudice come rappresentante. Si parla anche di una sezione della Corte da aprire in Italia, probabilmente a Milano. Come si potrà sciogliere questo nodo? La Corte unificata e il sistema del brevetto unitario potrebbe essere già attivo dalla fine del 2015.
«L'Italia – spiega il professor Roberto Baratta, consigliere giuridico della Rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione europea – non fa parte della cooperazione rafforzata e quindi non partecipa a quei lavori. Se parteciperemo il tema cambierà». Il ministro per le Politiche comunitarie ha tuttavia portato in Parlamento la questione e nei prossimi mesi si potrebbe arrivare a una nuova posizione, dopo che l'ultimo governo Berlusconi aveva frenato sulla cooperazione rafforzata mentre il governo Monti aveva aperto sulla Corte unificata. «In sede europea – osservano i portavoce dell'Epo, dalla sede di Monaco di Baviera – si attende di capire quale sia la posizione dell'attuale governo e quali mosse l'Italia voglia fare, ricordando che comunque le aziende possono già adesso registrare i propri brevetti presso l'Epo».

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