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Crisi dei mercati, anche la Ue ammette: se continua, guai per la crescita

di Antonio Pollio Salimbeni

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28 settembre 2007

Bruxelles – Se la crisi dei mercati finanziari non sarà superata rapidamente allora l'anno prossimo saranno guai per la crescita dell'eurozona. Lo ha ammesso indirettamente il commissario europeo Joaquin Almunia in una intervista a un quotidiano spagnolo: "Prima dell'inverno annunceremo che nel 2008 ci sarà qualcosa meno in termini di crescita del pil. Ciò non vuol dire che non seguirà un recupero, ma sta di fatto che siamo in una fase del ciclo economico più matura e ci sono più rischi al ribasso: salvo che la crisi non si prolunghi l'anno prossimo non c'è da essere pessimisti". A parte il "pensiero magico" di moda in Francia, con il passare delle settimane la crisi subprime, con qualche scossone bancario in Germania e il tracollo della Northern Bank nel Regno Unito, il rischio di una erosione più rapida dei valori immobiliari nei paesi in cui le famiglie hanno contratto in massa mutui a tasso variabile (come in Spagna), la grande incertezza sugli sviluppi oltre Atlantico, ha radicalmente cambiato l'umore dei responsabili politici fino a ieri superottimisti. Il motivo è semplice: ormai è assodato, dice la Commissione Ue, che il punto più alto della crescita nell'eurozona è "alle spalle". Già all'inizio dell'estate la produzione era aumentata a un tasso annualizzato dell'1,4%: rispetto all'inizio dell'anno la velocità dell'espansione si era dimezzata. Poi rema contro il fattore fiducia. In settembre l'indice BCI (business climate indicator) per l'eurozona è caduto di 0,28 punti, peggio del calo di luglio (prima della pausa di agosto); l'indice ESI che misura il "sentimento" sull'andamento attuale e futuro dell'economia nell'industria, nei servizi, tra i consumatori, nel commercio al dettaglio e nelle costruzioni, è calato di 2,8 punti. Anche se i valori restano al di sopra della media di lungo termine, il trimestre si chiude malissimo.
Emerge un caso Germania, che vale un terzo dell'economia eurozona e colleziona i risultati peggiori in tutti i settori eccetto le costruzioni seguita dalla Spagna. Contrariamente a quanto sostiene la Bundesbank, convinta che la ripresa tedesca ha una "forte dimensione endogena" anche se rallenta, il centro di ricerche Zew di Mannheim, che pubblica l'importante indice sulla fiducia in caduta per due mesi consecutivi dopo la crisi subprime e sotto la media storica, invece "non esclude la possibilità che la crisi possa diffondere i suoi effetti sull'economia tedesca" in particolare nelle banche, nelle assicurazioni e nelle costruzioni. Anche se nell'eurozona la crescita salariale è modesta e i profitti delle imprese restano elevati, con i tassi di interesse in ascesa (soprattutto dopo il 2,1% di inflazione in settembre) e l'apprezzamento dell'euro stanno progressivamente erodendo i fattori che hanno sostenuto l'attività economica. Per l'European Forecasting Network "la ripresa degli investimenti si esaurirà in autunno". I consumi compenseranno la frenata perché aumenta l'occupazione e cala la disoccupazione, ma non c'è da fidarsi troppo: abbiamo alle spalle anche il picco della crescita degli occupati. Quanto al supereuro, anche se le esportazioni dell'eurozona negli Usa contano meno del 3% del pil, la relativa dissociazione (decoupling) dell'Europa dalle fortune e dalle sfortune americane non protegge consumatori e imprese dall'aumento dei costi. A quota 1,40-1,50 dollari anche la competitiva industria esportatrice tedesca, che ha bisogno come il pane di un euro più forte di quanto convenga alla Francia, si preoccupa. Per dotarsi di beni intermedi e componenti la Germania, infatti, importa l'equivalente del 10% del pil attraverso le imprese delocalizzate. Il solo vantaggio è che il barile di petrolio costa 80 dollari.

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