Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 04 settembre 2012 alle ore 08:14.

My24

da Charlotte, North Carolina
Che cosa diamine è venuto in mente alla gente di Barack Obama di organizzare la Convention Democratica di settembre a Charlotte, North Carolina, per lanciare la corsa al secondo mandato alla Casa Bianca? Il "ghost in the machine" della mossa è presto detto: quella del 2012 non sarà una cavalcata trionfale per il presidente, ma una scalata difficile, contro un avversario non irresistibile, ma al termine di un quadriennio turbolento, che ha indebolito le certezze dell'elettorato verso Obama e ha accentuato l'intolleranza nei suoi confronti. Obama, al di là degli argomenti, è alla disperata ricerca di quel "magic", di quell'empatia psichica con la nazione che quattro anni orsono gli valse la maggioranza delle preferenze, prim'ancora della sua piattaforma programmatica. Per accendere la scintilla, Obama ha bisogno di eventi, di occasioni collettive ad alto tasso emotivo, ha bisogno di sfondo e cornice, di ambientazione e narrativa. Invece un astruso ragionamento strategico del suo team lo manda a ufficializzare la candidatura nello Stato e nella città che forse oggi somiglia di più al suo avversario, ovvero che – non fosse per le incongruenze caratteriali di Mitt Romney e per le contraddizioni nella sua biografia – sembra fatto apposta per descrivere un'America contraria a quella di Obama, una specie di antidoto alle sue politiche. Charlotte corre verso lo status di metropoli, lanciandosi come nuova capitale del business e della finanza, un po' perché approfitta della collocazione geografica allo snodo tra Nord e Sud, un po' perché ha la grinta, la scioltezza e l'appeal lineare della città emergente, dove i prezzi sono allettanti, la qualità della vita è buona e sulla strada principale c'è già un Capital Grille per sancire un affare con un sigaro di classe.

Che c'entra Obama qui? Cosa torna a fare in uno Stato dove nel 2008 la spuntò per una manciata di voti ma dove oggi le proiezioni lo danno perdente senza appello, nello swing state stavolta tutt'altro che propenso a sostenere le sue politiche statalistiche, per non parlare del suo via libera al matrimonio gay, qui appena messo al bando da un referendum che, con un esito di 61-39, non lascia dubbi sull'attitudine della maggioranza. La Carolina del Nord è questo: bianca, intensamente legata alle radici e al sonnolento ma dorato stile di vita del secondo '900 che non si rassegna a veder affievolire, con una vocazione suburbana, il gusto della forma, un provincialismo sorretto da principi metodisti, orgoglio e pragmatico spirito d'impresa, un gusto per il progresso non più che flemmatico. Un terreno minato per il verbo obamiano di revisione dinamica della natura nazionale. Qui, se prima lui incarnava un bizzarro esperimento, adesso è l'agente della distruzione. Se solo Romney non fosse così friabile – meglio lui, comunque, che il partito di finti progressisti che in Carolina ora è quello delle disgustose peripezie dell'ex local guy, John Edwards, se mai esiste un prototipo di politico caduto in disgrazia. Quindi alla Convention si va con la sensazione del disastro incombente. I finanziamenti scarseggiano, i commercianti evocano il flop, un sacco di soldi vengono spesi in sicurezza, perché quelli che arriveranno certamente hanno le insegne di "Occupy Charlotte". L'annuncio della scelta del North Carolina, mesi fa venne affidato alle rassicuranti parole di Michelle Obama. Adesso tocca a Barack togliere le castagne dal fuoco. Produrrà l'ennesimo miracolo, facendo levitare le folle? Che comunque saranno meno numerose di quanto ci s'aspettava, se per l'apparizione del presidente si è già rinunciato allo sterminato autodromo Nascar, per ripiegare sullo stadio del football, in centro città. Che peraltro ha un nome che risuonerà sinistro alle orecchie di Obama: Bank of America Stadium.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi

301 Moved Permanently

Moved Permanently

The document has moved here.