Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2013 alle ore 09:00.

My24

INTERVISTATORE - E quando parlasti con questa gente avevi già iniziato a scrivere il libro?
CHABON - Sì. Con Eisner fu magico. Quando ci parlavo avevo cominciato da poco. Avevo preso decisioni molto arbitrarie. Kavalier l'avevo reso immigrato dalla Cecoslovacchia. Non la tipica biografia di un fumettista. Di solito erano figli di immigrati. Non so perché. Ok, decisi che era un rifugiato. Era il 1939. Prima della guerra. Da dove poteva venire? Germania? Austria? L'invasione di Praga, marzo 1939. Ok, allora è di Praga (6). Posso farcela con Praga. Sento che ce la posso fare. Poi comincio a scrivere e mando questo personaggio in America. Il cugino lo porta a presentare a un editore l'idea per un supereroe in costume. Mi metto nei suoi panni: non ha mai visto un fumetto. Ha solo letto Superman per un'ora. Non ha mai disegnato un supereroe. Ha studiato arte. Disegna un golem. Poteri soprannaturali, superforza, il golem è un supereroe. Vivevo a Los Angeles all'epoca. Salgo a Oakland a parlare con Will Eisner. Un'ora a una convention di fumetti. Lo riempio di domande. Che sigarette fumava, eccetera. Poi dico: ho notato che tu, Bob Kane, Jerry Siegel e Joe Shuster, siete ebrei in molti. Come te lo spieghi? Be', mi dice, se ti piaceva disegnare e volevi camparci, a New York, nessuno dei campi ufficiali era aperto agli ebrei. Pubblicità, disegni per le aziende, arte alta, illustrazione. Il campo in cui ti assumevano se eri giovane, ebreo e senza esperienza era quello dei fumetti. Fa una pausa e mi dice: «Ma sai, mi sono sempre chiesto se l'idea del supereroe non avesse una base ebraica – il folklore ebraico, la mitologia. Per esempio, il golem». E io avevo appena deciso di fare il golem… E mi dice una cosa che poi diventerà l'epigrafe del romanzo: «Abbiamo una storia di soluzioni impossibili a problemi insolubili».

INTERVISTATORE - Gli dicesti di Praga?
CHABON - Non gli avevo detto niente del mio libro. Era troppo presto. Non sapevo ancora se l'avrei tenuto, nel libro, che il protagonista veniva da Praga. Ma appena mi parlò del golem capii che ero sulla buona strada. Alla fine lo ringraziai, dissi che era stato molto generoso, bla bla bla. Anni dopo una volta mi disse – dopo l'uscita del libro ci incontrammo varie volte, collaborammo pure – che quando mi ero alzato per andarmene dopo l'intervista lui aveva commentato: «Fanboy». Mi aveva trovato solamente un giovanotto confuso.

INTERVISTATORE - Dopo il golem, c'è la fase dettagliatissima della fuga da Praga.
CHABON - A volte scrivo sull'onda di un grande slancio compositivo, per uno due tre giorni, mi chiudo e scrivo e penso: va bene. A volte ci torno dopo sei mesi e mi dico: non era per niente finito, che mi credevo? Altre volte so che non ce l'ho ancora in pugno e ho pazienza. La cosa davvero magica è che a volte hai una conferma interna e di colpo ti rendi conto di una cosa: Ah! È un giocatore di scacchi! Torno indietro a roba scritta due anni prima, dello stesso libro, e ci sta benissimo, è come se aspettasse questa nuova idea: avevo citato gli scacchi a pagina 25 e non ci avevo fatto niente, stava lì ad aspettare. È bellissimo, scopri che avevi già steso le condutture, avevi creato la possibilità di una presa elettrica.

INTERVISTATORE - Parliamo un po' di Fountain City, il romanzo incompiuto mai pubblicato. Come è stato, dopo Kavalier, scrivere più di duemila pagine e fallire?
CHABON - Fu durissima. Fu tremendo. Tutto. Tranne l'inizio. Anche lì, come sempre, avevo una cosa sola, a malapena: un'immagine, risalente alla mia luna di miele a Venezia. Del mio primo matrimonio. Camminavamo per i rii [in italiano]. E passai per la vetrina di una piccola libreria e c'era un libro dal titolo What is Post-Modernism? di Charles Jencks. Mi colpì, lo presi in mano, non so perché, e sul retro c'era una foto di Léon Krier, lussemburghese, specializzato in edifici e opere postmoderne neoclassiche, stile Anni 80, e in disegni di paesaggi urbani idealizzati. Aveva disegnato Washington vista dall'alto non come è, ma come secondo lui sarebbe diventata se il piano originario fosse stato eseguito. Un disegno bellissimo. È molto bravo. Era veramente evocativo. Io sono cresciuto fuori Washington, e sono cresciuto in una città un po' utopistica progettata a tavolino. Quindi quella visione idealizzata della città vicino alla cittadina pianificata nella quale sono cresciuto mi colpì. L'utopia di quella visione era la sola cosa che avessi in mano, per cominciare. Cinque anni e mezzo dopo – il mio matrimonio era finito – il libro stava assorbendo tutto, come i Borg (7) di Star Trek: baseball, cucina francese, film giapponesi… Tutte queste cose erano state assorbite, ma più lo scrivevo, meno sapevo cosa fosse. Avevo questo personaggio principale che non mi conquistava, non riuscivo a trovare il suo centro. E però ero sempre più impegnato a scrivere questo romanzo. Mi pareva impossibile abbandonarlo. Economicamente, moralmente. Avevo già preso l'anticipo dall'editore. Pensavo ci tenessero molto, al libro. In realtà poi ho scoperto di no. Alla fine gli ho dato un altro libro, Wonder Boys, e sono stati contenti così. Quindi avrei potuto rinunciare molto prima. Credo che rinunciai perché ero esaurito. E poi avevo conosciuto Ayelet. All'epoca era un avvocato e credo che avessi già intuito che se fallivo del tutto lei poteva mantenermi economicamente. Il che mi diede il coraggio. Poi una notte andò così, provai a scrivere un'altra cosa. Fu un'altra di quelle cose magiche: una voce mi risuonò in testa dicendo quella che sarebbe poi diventata la prima frase del libro: «Il primo vero scrittore che ho conosciuto si firmava con il nome di August Van Zorn». E seppi subito chi è che parlava e cosa sarebbe successo ed era tutto così chiaro che mi sentii sicuro di correre il rischio e provare, e mi dissi: prendiamoci sei settimane, vediamo che succede. Se è un vicolo cieco torno all'altro. Ma non ci tornai mai. Ci vollero sette mesi, poi lo dissi alla casa editrice. E loro dissero: «Grande, vediamo un po'». L'altro non è che non gli piacesse. L'editor mi aveva dato solidi consigli. Diceva che cosa funzionava e che cosa no. Qui è lento, qui no. Normali consigli da editor. Non mi dissero mai, neanche dopo: «Ah, meno male che ci hai dato un altro libro». Mi dicevano: «Ok, sei sicuro? Possiamo aspettare se vuoi». Credo che alla fine il mio editor – che poi ho cambiato – non fosse abbastanza sensibile come lettore. Avevo scritto il primo libro in un laboratorio universitario. Avevo dodici lettori più, in tutto, quattro insegnanti. Avevo tantissimi feedback. Magari il grosso non era utile, ma molte cose sì e c'erano diversi punti di vista, chi amava quello, chi non capiva quell'altro. Ti puoi fare un'idea. Concentrarti sui problemi segnalati da più persone. Se poi rimani solo, solo con l'editor, è un aiuto. Ma lui solo non era abbastanza forte.

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi