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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2011 alle ore 15:45.

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GINEVRA – La politica industriale è tornata in auge. Ovviamente, non è mai scomparsa davvero, soprattutto in quei paesi che aderiscono formalmente ai principi del libero mercato. Eppure il mondo post-crisi – in cui l’interventismo governativo ha ottenuto maggiore legittimazione nella vita economica – ne vedrà delle belle. Il successo della Cina e la tentazione di seguire la corrente del suo modello di sviluppo hanno altresì rinvigorito il fascino della politica industriale, e allo stesso modo vi hanno contribuito i migliori strumenti politici a disposizione e una maggiore esperienza su cosa funzioni o meno – un punto a cui tiene molto della Banca Mondiale.

In effetti, a seguito del dibattito sulla politica industriale promosso l’anno scorso dalla rivista The Economist tra i professori di Harvard Josh Lerner e , il 72% dei lettori si è espresso proprio a favore della politica industriale. I policymaker sembrano essere dello stesso parere, e non solo nei paesi in via di sviluppo, a giudicare dalla strategia Europa 2020 lanciata l’anno scorso dall’Unione europea e dalla politica di green economy messa in atto dagli Stati Uniti.

Per i paesi in via di sviluppo, tuttavia, continuano a insidiarsi i vecchi pericoli della politica industriale. In primo luogo, i policymaker sbagliano spesso, sia quando scelgono a quali settori offrire il proprio sostegno sia quando attuano i relativi meccanismi; in secondo luogo, tendono a farsi catturare dagli interessi personali, soprattutto negli ambienti politici relativamente fragili, così incentivando favoritismi, inefficienze e sperperi.

Rispetto alla precedente Età aurea della politica industriale, oggi vi sono nuovi rischi. Il primo riguarda la tentazione di seguire l’esempio cinese in modo incondizionato. I policymaker non devono dimenticare che il modello cinese include tratti peculiari dovuti al fatto di aver introdotto gradualmente i meccanismi di mercato – il che, rispetto ai paesi che si sono appena convertiti alla politica industriale, rappresenta un passo nella direzione ideologica opposta.

In effetti, negli ultimi due anni il tasso di crescita cinese è stato incentivato dai bonus demografici e da quelli sui terreni agricoli, che hanno permesso di massimizzare i benefici della globalizzazione. Gli altri paesi in via di sviluppo non possono semplicemente emulare tale successo in toto, devono formulare piani ad hoc in base alle proprie doti naturali, istituzioni e ambienti imprenditoriali.

Il secondo rischio deriva dal carattere globalizzato di tutti i settori idonei a ricevere un incentivo. Mentre il concetto originale di politica industriale implicava settori schermati dalla concorrenza internazionale, il mondo di oggi chiede di integrare la capacità produttiva locale nelle filiere produttive mondiali, rendendo così necessarie quelle politiche basate sui settori esposti alla concorrenza internazionale.

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